Tre medici rischiano il processo per la morte di Veronica, 32 anni

8 Dicembre 2020

Il pm ha chiuso le indagini a carico di tre professionisti dell’ospedale civile. L’accusa: omicidio colposo La donna, morta per un’encefalite, fu rimandata a casa e pochi giorni dopo ricoverata in Psichiatria

MONTESILVANO. Tre medici dell'ospedale civile di Pescara rischiano di finire sotto processo per aver «cagionato per colpa la morte della loro paziente»: una giovane donna e madre di due figli, Veronica Costantini, 32 anni di Montesilvano, deceduta il 6 aprile dello scorso anno per un edema cerebrale massivo provocato da una encefalite derivante da un herpes.
Il sostituto procuratore Andrea Papalia ha chiuso le indagini a carico di Giulio Calella (difeso da Augusto Di Boscio), dirigente medico di malattie infettive del Santo Spirito, e di Annamaria Pace (assistita da Guido Cappuccilli) e Antonio D'Incecco (difeso dagli avvocati Gianluigi Tucci e Federico D'Incecco), la prima dirigente medico del servizio psichiatrico e l’altro responsabile dello stesso servizio: tutti e tre accusati di omicidio colposo per quella morte sulla quale sembra pesare, stando almeno alle accuse formulate dalla procura, una diagnosi sbagliata. Un episodio di presunta malasanità che fece muovere anche una task force dal ministero della Salute inviata a Pescara per far luce su quel decesso: personale del ministero, esperti dell’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali, dell’Istituto Superiore di sanità e carabinieri del Nas. Loro compito fu quello di raccogliere ogni utile informazione e materiale su quel decesso e sui due suoi accesi in ospedale della donna, per capire se a «determinare la morte abbiano contribuito difetti organizzativi e se siano state rispettate tutte le procedure previste a garanzia della qualità e sicurezza delle cure».
La donna si sentì male il primo aprile e venne trasportata in ospedale, ma dopo poche ore venne dimessa: qualche giorno più tardi, con l'aggravarsi delle sue condizioni, ci fu il secondo ricovero, ma il suo cuore cessò di battere il 6 aprile. La procura fece eseguire l'autopsia dal dottor Cristian D'Ovidio, affiancandogli anche un infettivologo, e il risultato fu morte per «ipertensione endocranica maligna secondaria ad encefalite erpetica complicata da arresto cardiocircolatorio».
La famiglia, tramite l'avvocato Anthony Hernest Aliano, presentò una denuncia che ha portato oggi alla individuazione di tre presunti responsabili. Quelle sue difficoltà anche nel parlare non vennero prontamente comprese e la paziente venne ricoverata nel reparto di psichiatria.
Ora il pm Papalia punta il dito sui tre medici che, anche dai sintomi, avrebbero dovuto procedere con la terapia giusta per salvarle la vita. Calella, quale infettivologo chiamato il 3 aprile per una consulenza, è accusato di aver agito con negligenza e di «non aver diagnosticato tempestivamente la patologia di encefalite su base infettiva da cui era affetta la paziente e, conseguentemente di non aver adottato tempestivamente l’adeguato e corretto percorso terapeutico, farmacologico, pur in presenza di sintomatologie potenzialmente evocative della suddetta patologia quali stato febbrile e alterazione dello stato mentale».
Stesse accuse che pesano sugli altri due colleghi del servizio psichiatrico, dove era ricoverata la donna con diagnosi di «stato confusionale da sospetta psicosi all'esordio», che non avrebbero «rivalutato il sospetto diagnostico anche attraverso la tempestiva richiesta di nuova consulenza infettivologica e di esami di laboratorio e accertamenti strumentali».
Ad oggi, nonostante siano passati abbondantemente i venti giorni dell’avviso di conclusione delle indagini, la procura non ha ancora formalizzato l’eventuale richiesta di processo.
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