Tremila bimbi in 30 anni «Accolti qui con il cuore»

14 Marzo 2022

L’esperienza e la passione dei volontari di Casalincontrada, un esempio d’accoglienza Nel ’92 i primi 14 minorenni per il soggiorno terapeutico dopo il disastro di Chernobyl

CASALINCONTRADA. Quando sul telefono della segretaria Rita Malandra arriva la chiamata di Valentyna Khutornenko, presidente della Fondazione Pro Infanzia in Ucraina, l’ex parroco don Enrico D’Antonio, che ascolta in viva voce, scuote la testa, accenna uno sguardo al soffitto della stanza come se chiedesse l’intercessione del Signore, incrocia le mani e tiene i pollici sullo stesso livello: per gli esperti del linguaggio del corpo è una persona che non solo ha presente il quadro generale della situazione, ma è anche attento ai dettagli.
IN VIAGGIO VERSO ORTONAValentyna, che ha l’onorificenza di ufficiale dell’Ordine della Stella d’Italia, chiama da ‹ernihiv, Ucraina del nord, una ottantina di chilometri da Cernobyl e altrettanti dal confine con la Bielorussia. Segnala che la giovane nipote Katja, è quasi giunta al confine con l’Ungheria. Arriverà in queste ore a Trieste; una pausa di uno o due giorni da alcuni parenti e poi il trasferimento a Ortona, ospite di una delle tante famiglie che, tramite l’associazione I bambini visti dalla luna, di Casalincontrada, dall’anno della sua fondazione, il 1992, al 2019, prima dello stop alle attività per l’emergenza Covid, hanno accolto in Abruzzo e anche fuori regione, oltre 3mila bambini ucraini.
Venivano tutti dal comprensorio della centrale nucleare esplosa il 26 aprile 1986, con un obiettivo: partecipare al “soggiorno terapeutico”, un periodo di 35-40 giorni da trascorrere in vacanza tra aria pulita, cibo sano e magari il mare con i suoi effetti benefici a base di iodio. E i ditey - i minorenni in lingua ucraina - venivano “adottati” per quel periodo dalle famiglie di qui. Inimmaginabili i legami che si sono creati e che, anche a distanza di 30 anni dai primi arrivi, si sono anche solidificati.
LE LETTEREIn vico dell’Abadia 7, nel centro storico di Casalincontrada, a poca distanza dalla chiesa della Madonna delle Grazie, c’è la sede dell’associazione. La segreteria è al piano di sopra. Oltre ai faldoni negli armadi, le pareti della stanza raccontano l’attività svolta fino a oggi con le immagini di Giovanni Paolo II che in Vaticano riceve don Enrico, don Enrico con papa Rantzinger, le foto ricordo dei ragazzi con le famiglie di qui, attestati e benemerenze, le dediche che riempiono gli occhi di lacrime. Come quella di Cristina, tante estati in questo paese, e che nel giorno del matrimonio con Denis, a Kiev, il 7 settembre 2002, scrive: “Ci avete regalato un’adolescenza indimenticabile. Grazie a voi e alla gentilezza dei miei cari Carla e Tommaso D’Alessandro, ho scoperto il paradiso terrestre, la bella Italia. Ancora tutto il mio grazie, così poco, così inadeguato, ma quali altre parole ci sono per la gratitudine?”. O il racconto di Olga Sereni ricordi d’Italia: “Sono insieme al papà, alla mamma e al fratellino Kostik: Casalincontrada ci ha accolto a braccia aperte. Ciò che non conoscevo fino a ieri mi si è rivelato come in una fiaba. Grazie a quegli adulti che fanno del bene ai bambini. Come passa veloce la festa, come è difficile separarsi di nuovo”.
PARROCCHIA E AMBASCIATAIl primo gruppo arrivò nell’estate del 92: 14 ragazzini, tutti della zona di Kiev. «Ci lanciammo in questa esperienza come parrocchia di Santo Stefano», racconta don Enrico, presidente dell’associazione di volontariato, oggi parroco di Santa Lucia, a Pescara, «perché ci voleva un ente con personalità giuridica. Fummo contattati dall’ambasciata. Non era un progetto articolato, ma tutti facevano quello che potevano per aiutare la popolazione dopo il disastro di Chernobyl. Fu un mese di giugno talmente coinvolgente che quando i ragazzi ripartirono, le famiglie che li avevano ospitati chiesero subito di continuare ad aiutarli nella crescita».
LA VODKA, DROGA DEI POVERIIl numero dei ragazzi cominciò a crescere di anno in anno tant’è che il governo dell’epoca mise insieme cinque ministeri per creare il Comitato per la tutela dei minori stranieri in Italia. «Ci fu una stagione», riprende don Enrico, «in cui arrivammo a dare accoglienza a 180 bambini: il massimo per noi, in un periodo in cui in Italia i progetti coinvolgevano circa 60mila bimbi. Immaginate quanto sia stata complicata la gestione del tutto, con le pratiche che passavano anche per il vaglio della questura per le verifiche sulle famiglie destinate ad ospitare ogni ragazzo. Dagli anni 2000 ci fu un maggiore coinvolgimento degli enti locali con una forte collaborazione. Ricordo che una volta fu coinvolto l’Esercito per i trasferimenti, mentre un anno andammo con i pullman a Vienna a prendere i bambini perché non potevano arrivare fin qui. Non c’era più l’Urss, certo, ma tra visti e trasferimenti, nulla era dato per scontato. E così siamo arrivati a portare i bambini anche in Molise, in Puglia, nelle Marche e nel Lazio. La nostra attività col tempo si è focalizzata nella zona povera di ‹ernihiv, dove ci sono gravi problemi di dipendenza dalla vodka, la droga dei poveri».
IN SEI SONO TORNATELa chiacchierata con don Enrico, in un’oretta scarsa, è interrotta da un’infinità di telefonate al numero fisso dell’associazione e al cellulare di Rita. Qualcuno chiede come poter aiutare. «Altre chiamate», spiega la segretaria, «sono di famiglie che hanno riaccolto chi è venuto da queste parti da bambino e adesso è fuggito dalla guerra. Sono donne con i loro bambini, visto che i mariti, precettati, hanno risposto alla chiamata alle armi». Inna è a Breccciarola di Chieti; Katja, con due figlie gemelle, a Vacri; Vlada a Pescara, Marina a Ripa Teatina, Andrej e Oksana rispettivamente a Troia e a Biccari, nel Foggiano. Sei donne, sei storie diverse, un unico incrocio: vico dell’Abadia 7.