Trotta, per tre ore “dimenticato” in cella

Per la Procura di Vasto lo psichiatra pescarese si poteva salvare, ma in carcere non fu controllato. Saltati anche i colloqui
PESCARA. La morte di Sabatino Trotta poteva essere evitata. Lo psichiatra pescarese suicida in carcere a Vasto il giorno stesso del suo arresto, il 7 aprile dello scorso anno, eseguito nell’ambito dell’inchiesta per corruzione in relazione a un appalto milionario della Asl dove il medico era dirigente, secondo la Procura di Vasto sarebbe la conseguenza di una serie di errori, anche macroscopici, dovuti al mancato rispetto del protocollo previsto per chi fa il suo ingresso in carcere, e soprattutto per chi non è mai stato detenuto. È dettagliato, il capo di imputazione stilato dal sostituto procuratore di Vasto, Michele Pecoraro nei confronti dei due indagati accusati di omicidio colposo.
Come anticipato dal Centro ieri, l'avviso di conclusione delle indagini coinvolge la direttrice del carcere di Vasto, Giuseppina Ruggero e l'assistente capo della polizia penitenziaria, Antonio Caiazza, cui era stata affidata la sorveglianza della cella di Trotta. Ma per 3 ore, dalle 20,35 alle 23,30 (il corpo di Trotta sarebbe stato ritrovato alle 23,35), nessuno si sarebbe affacciato neppure allo spioncino della cella. Altrimenti, come scrive il pm, si sarebbe accorto delle manovre che Trotta fece con il laccio dei pantaloni della tuta, che nessuno gli aveva tolto. Forse il fatto che Trotta fosse un personaggio noto per la sua attività professionale, ha fatto tralasciare il rigido protocollo che vuole che il detenuto passi prima la visita medica generale (l'unica che fece), poi quella con lo psicologo, lo psichiatra, e, infine, il colloquio sociale di primo ingresso. E invece nulla venne fatto perché la direttrice lo chiamò a sé, facendo saltare a Trotta ogni successivo controllo, compresa la perquisizione personale, fondamentale quando si entra in carcere. E qui si innesca il giallo della cocaina che Trotta avrebbe assunto in cella. Sul punto il pm è stato chiaro nel capo di imputazione: «...nonché impedendo la perquisizione accurata di Trotta e la sua sottoposizione al regime di “grande sorveglianza” o di “sorveglianza a vista”, tenuto anche conto del fatto che il Trotta assumeva cocaina all'interno della propria cella poco prima di togliersi la vita». E dunque, visto questo passaggio del magistrato riportato nel capo di imputazione rivolto ai due indagati, c’è da presumere che agli atti del fascicolo ci sia la prova di questa assunzione di droga in cella. Ma come è possibile che Trotta fosse in possesso della droga? Certo, l'assunzione della cocaina lascia intatta la questione del suicidio per impiccagione, ma resta gravissimo il fatto che a poche ore dal suo ingresso in carcere Trotta fosse in possesso di cocaina. Ora si attendono le conclusioni del medico legale in relazione agli esami tossicologici eseguiti con l'autopsia. Tutto verrà esaminato dalle difese dei due indagati.
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