Uccisa di botte, le figlie testimoniano in aula
Romeno di 67 anni sotto accusa per la morte della convivente provocata dai ripetuti maltrattamenti
PESCARA. Nel processo attualmente in corso, in Corte d'Assise a Chieti, sulla morte di Monica Gondos, la donna romena di 53 anni deceduta a seguito delle tante botte ricevute dal suo compagno, oggi imputato, Gelu Cherciu, romeno anche lui di 67 anni, sono sfilati i testi dell'accusa. Tutti rappresentanti delle forze dell'ordine che intervennero nell'immediatezza del fatto, quella sera del 30 maggio dello scorso anno, nell'appartamento che la coppia divideva a Pescara. Il pm in aula, Anna Benigni, che ha condotto l'inchiesta, ha mostrato ai giudici anche le fotografie dei sopralluoghi fatti sul posto dove venne ritrovata la donna (per le scale davanti al pianerottolo di casa) e soprattutto le foto della vittima, con le ecchimosi su tutto il corpo: da tutti i lati, non compatibili, come dichiarò il medico legale, con una semplice caduta per le scale, ma «riconducibili a eventi traumatici a elevata energia quali un pugno e non a un evento accidentale».
Stando all'autopsia, il decesso sarebbe sopraggiunto a causa di due costole rotte che le bucarono il polmone, conseguenza di un colpo violentissimo ricevuto sulla schiena. Sono stati sentiti anche i carabinieri che intervennero in casa dell'imputato e che lo trovarono in mutande, senza scarpe, accanto al corpo della vittima nel vano tentativo di rianimarlo. Cherciu venne portato in ospedale perché aveva un alito vinoso e sembrava ubriaco.
E in effetti gli venne riscontrato un tasso alcolemico piuttosto alto, nonostante che l'esame fosse stato effettuato a distanza di alcune ore dall'intervento dei militari. L'imputato (oggi difeso dall'avvocato Fabrizio Giannini, intervenuto soltanto in quest'ultima fase processuale) si rese protagonista anche di alcune intercettazioni che ieri sono state portate all'attenzione dei giudici. Dichiarazioni nelle quali Cherciu, parlando con un amico subito dopo essere uscito dalla caserma dei carabinieri, disse: «Non mi hanno chiuso, stupidi del cavolo».
Disse così perché pensava che lo avrebbero arrestato, mentre invece era stato convocato per il dissequestro della propria abitazione. Nel corso della prossima udienza, fissata al 28 giugno prossimo, davanti alla Corte sfileranno una dozzina di testimoni, fra cui le due figlie della vittima che, al magistrato, a suo tempo confermarono i maltrattamenti che Monica subiva quotidianamente dal suo convivente. Le due donne parlarono al pm del fatto che la loro madre e Cherciu facevano uso di sostanze alcoliche e che i litigi tra i due si verificavano spesso e in maniera violenta e che la madre più volte si era rifugiata da loro, anche per alcuni giorni, mostrando evidenti segni di violenza. Gelu Cherciu è accusato di maltrattamenti in famiglia continuati e aggravati dalla morte della donna. Nessun familiare della vittima si è costituito parte civile nel processo. (m.cir.)

