Uccise in casa la moglie malata: 81enne condannato a dieci anni

28 Settembre 2023

L’anziano di Penne, Gino Mazzini, colpì la donna in testa con una statuetta per non vederla più soffrire La Procura aveva chiesto una pena di 30 anni ma il giudice ha riconosciuto un vizio parziale di mente

PESCARA. Dieci anni di reclusione. È questa la condanna che i giudici della Corte d’Assise di Chieti hanno comminato ieri mattina a Gino Mazzini, 81 anni, che il 29 maggio del 2020, in pieno lockdown per l’emergenza Covid, colpì sua moglie Maria Cretarola, 85 anni, alla testa con una statuetta raffigurante un Buddha, causandole poi alla morte. La pubblica accusa aveva chiesto 30 anni per l’uomo accusato di omicidio volontario con l’aggravante del rapporto coniugale. Ma la Corte, presieduta da Guido Campli, ha riconosciuto all’imputato il vizio parziale di mente e gli ha concesso le attenuanti generiche che hanno praticamente annullato l’aggravante della pubblica accusa. L’avvocato Antonio Di Blasio, che assiste Mazzini, dopo il rigetto del rito abbreviato, aveva invece chiesto la derubricazione del reato in omicidio preterintenzionale considerata la situazione familiare nella quale è maturato il delitto. La vittima era malata da molto tempo e il marito non ce la faceva più a vederla soffrire: questo avrebbe sempre sostenuto sin dal primo momento che i carabinieri entrarono in casa sua a Penne. La sua difesa aveva chiesto e ottenuto una perizia psichiatrica che poi si è rivelata decisiva per la quantificazione della pena. Lo psichiatra, Maurizio Cupillari, aveva concluso la sua consulenza affermando che «al momento del fatto Gino Mazzini aveva le sue capacità di intendere e di volere parzialmente scemate». E quando è stato sentito in aula ha spiegato che l’imputato era «un soggetto già affetto da depressione, che a causa delle continue malattie della moglie e della continua assistenza che le prestava, ha avuto un peggioramento del quadro clinico e ha cercato di porre fine alle sofferenze della moglie colpendola al capo per poi tagliarsi i polsi con il collo di una bottiglia. Non ce la faceva più», ha inoltre sostenuto lo psichiatra, «a vederla in quelle condizioni e temeva di non riuscire più ad assisterla». E l’esperto aggiunse anche che i «criminologi li chiamano omicidi “pietas causa” o “altruisti”, anche se sembra un paradosso». E quindi, stando a quella perizia psichiatrica l’imputato era punibile, ma in modo più lieve: da qui la decisione della Corte. Fortunatamente, quel tragico giorno, il tempestivo intervento dei carabinieri e dei medici evitò una doppia tragedia. Mazzini, dopo aver colpito la moglie, si era tagliato le vene e, in attesa della morte, si era seduto su una sedia dopo aver avvertito una vicina di casa dell’accaduto. Ai militari che entrarono in casa, Mazzini confessò subito il suo gesto, affermando di aver fatto una «cosa brutta» e che «le volevo bene e non la volevo più vedere soffrire». La donna morì diversi giorni dopo il fatto e il medico legale mise in relazione il decesso dell’anziana con i colpi inferti dal marito con quella statuetta.
Durante il processo la Corte ha ascoltato soltanto i testi dell’accusa (la difesa non ne aveva perché mai nessuno dei parenti della vittima si è mai fatto vivo dopo il delitto): i militari che intervennero sul luogo del delitto, i medici e soprattutto i vicini di casa che, dopo aver lanciato l’allarme, accorsero in casa e quindi hanno fornito la loro ricostruzione per quello che avevano potuto vedere nell'immediatezza dell'aggressione trasformatasi poi in delitto dopo la morte della donna. Gino Mazzini, attualmente, è ricoverato in una struttura e seguito da personale specializzato e gli è stato nominato anche un amministratore di sostegno. Non ha mai presenziato a nessuna udienza del processo e neppure oggi alla lettura della sentenza.