Ucraini e russi insieme: «Vogliamo solo la pace»

Nella chiesa di via Vestina, circa cento fedeli hanno acceso le candele e pregato Commozione e dolore durante la benedizione dei cesti con i tradizionali copricapo
MONTESILVANO. «Noi siamo uno stesso popolo e vogliamo la pace, solo la pace» è l'appello di mamme, bambini e giovani, con gli occhi umidi e la rabbia dentro. Ucraini e russi, residenti e profughi, fianco a fianco, ieri nella chiesetta di via Vestina, 9, a Montesilvano, durante la lunga liturgia (un’ora e 40 minuti) della Pasqua ortodossa che quest’anno ha coinciso con il sessantesimo giorno di guerra.
«Pace», il grido del parroco Viaceslav Safonov, abbigliato di oro e rosso, che ha celebrato la messa in slavo antico davanti alla folla di un centinaio di fedeli di varia nazionalità, tra cui anche romeni, polacchi e bulgari. Il rito della benedizione (con getti copiosi di acqua) dei cesti, colmi di vino, salumi, formaggi, cioccolata, marmellate, uova sode dipinte e il Paska, dolce pasquale ucraino, adorni di fiocchi e candele accese, ha concluso una liturgia carica di pathos e simboli: le candele dalla fiammella sempre viva grazie a un sapiente servizio delle donne dai copricapi azzurri, le uova colorate accatastate nei cestini, i tanti mazzi di fiori che circondano il Cristo, i quadri iconici appesi alle pareti di una stanza ricca di colori e luce, le litanie dei salmi recitate a turno e coordinate da Neonila, salmodiante di Kiev. La giornata è stata preceduta da cinquanta giorni di digiuno, senza poter assaggiare né carne, né pesce, e dalla Domenica dei Salici che corrisponde alla Domenica della Palme cattolica. Alla celebrazione, dove l’italiano è rigorosamente bandito, le donne possono accedere solo con il capo coperto da un velo bianco, nero o colorato, e indossando le gonne. «I pantaloni sono proibiti, chi li indossa non conosce le usanze o è forestiero», spiega qualcuno in preghiera, al primo piano dell’edificio di culto aperto oltre 12 anni fa, sulla Vestina. Olena Shkuta, docente pescarese di russo, di origine ucraina, spiega gli usi e i riti: «La messa si ascolta in piedi, le sedie sono solo per gli anziani, i bambini e i malati. Il grido “Cristo è risorto” conclude l'omelia e la celebrazione liturgica». Alle 11, una ventina di persone era in fila per la confessione, con il sacerdote che ascolta i devoti per pochi istanti, davanti a tutti gli altri, e poi poggia un drappo rosso sul capo, in segno di espiazione. In piedi si incrociano le braccia. E poi, in ginocchio, davanti al parroco, si prende la Comunione, simbolo del corpo e sangue di Cristo, che consiste in un pezzetto di pane intinto nel vino al posto dell’ostia di tradizione cattolica. Prima sfilano i bambini, in braccio a mamma e papà, che vengono imboccati con dei lunghi cucchiai dorati. Intanto, la piccola Emilia, 3 anni, nipote del parroco, in braccio alla madre Natalia, gioca con gli ovetti colorati riposti in uno dei tanti cestini benedetti. Mentre un altro bimbo, viene dolcemente spinto dalla madre ad avvicinarsi all'enorme Cristo in mezzo alla stanza. Una donna russa, che chiede l’anonimato, si avvicina e dice: «Scrivetelo che noi siamo uguali, che siamo stati sempre un solo grande popolo e ora vogliamo la pace». Gli occhi si riempiono di lacrime e va via. La liturgia sta per concludersi. Il parroco (parokh in ucraino) Safonov poggia la croce sulla testa di ciascun fedele. Nell’aria si spande l’odore di incenso, chi si inchina, chi si inginocchia. Il cibo della Pasqua viene benedetto con gettate copiose di acqua: «Cristo è risorto» dice il sacerdote. «Davvero è risorto», la risposta dei fedeli, che sciamavano verso l’uscita.

