Ultima chiamata per le riforme Adesso o mai più

di FILIPPO PICCONE* È. importante per il nostro Paese e per i nostri figli approvare la riforma costituzionale che domenica sarà votata con il referendum. Da tanti anni se ne parla ormai, ma mai si...
di FILIPPO PICCONE*
È. importante per il nostro Paese e per i nostri figli approvare la riforma costituzionale che domenica sarà votata con il referendum. Da tanti anni se ne parla ormai, ma mai si è arrivati così vicino per cambiare come ora. Finalmente. La riforma poteva senz’altro essere migliore, ma intanto è un buon inizio anche perché non ci sarà più la possibilità di farne un’altra o perlomeno sarà molto difficile.
Il quesito dunque è semplice: con un Si cambiamo, con un No resta tutto così com’è. Lo status quo, da più parti combattuto e criticato, resterebbe inesorabilmente immutato. Abbiamo bisogno di un Paese con Istituzioni più forti, più legittimate e più snelle per non rimanere indietro, per stare al passo con gli altri Stati, in Europa e nel mondo. Al contrario, c’è un modo sicuro per delegittimare le nostre istituzioni repubblicane: continuare a parlare di riforme senza mai realizzarle. Molti contenuti di questa riforma sono stati voluti e condivisi da diversi schieramenti politici che ne hanno approvato il testo con partecipate dichiarazioni positive. Abbiamo la possibilità di rendere il nostro Paese più moderno, più snello e più efficiente, riducendo i costi della politica - con l’eliminazione delle retribuzioni a 315 senatori, dei relativi finanziamenti ai gruppi politici e notevole riduzione dei compensi ai consiglieri regionali (con un taglio di circa un terzo) - eliminando il Cnel, oggi ormai superato, approvando le leggi con maggiore velocità ed efficacia. Oggi il modo di produrre le leggi non consente di prevedere quanto tempo ci vorrà a varare un provvedimento: spesso anni, in un rimbalzo infinito tra l’una e l’altra Camera. Distinguere le funzioni delle due Camere elimina tutto questo: tempi prevedibili e responsabilità riconoscibili.
Che la sovranità appartenga al popolo non significa affatto che tutti i poteri debbano essere eletti dal popolo. C’è un motivo per cui in tutti i Paesi moderni, uno dei due rami del Parlamento non è direttamente eletto dal popolo, ma rappresenta i territori. È logico infatti che i soggetti che devono attuare le leggi, cioè le amministrazioni, vengano consultate nel processo di formazione delle leggi. Sinora in Italia ciò non è avvenuto e questo spiega almeno in parte l'enorme contenzioso tra Stato e Regioni: se il Parlamento discute e approva una legge che poi intende imporre a Regioni e Comuni senza neppure preoccuparsi di sapere se essi sono in grado di attuarla, è chiaro che la reazione sarà di rifiuto e ostilità. No al “Senato dei nominati” si è avuto il coraggio di affermare durante il dibattito parlamentare, dimenticando che presidenti di Regione o sindaci di Comuni capoluogo sono direttamente investiti da un suffragio elettorale più esteso di quello di cui godono i senatori.
D’altra parte, molte delle competenze che emigreranno dall’elenco delle materie “concorrenti” (in cui lo Stato può fare solo leggi di principio, mentre tutto il resto, spetta alle Regioni) a quello delle materie “esclusive” dello Stato erano state messe nello scaffale sbagliato dalla riforma del 2001. La Corte costituzionale, materia dopo materia, ha riportato le competenze in capo allo Stato. Lo ha fatto inventando argomenti, dottrine, criteri di giudizio spesso astrusi e incomprensibili: ma lo ha già fatto. Pertanto rimettere un po’ di ordine, consolidando il quadro delle competenze di fatto già modificato significa adeguare la legge ad una realtà che, proprio di fatto, lo richiede.
In conclusione perché votare sì? Per una semplice ragione: se passa la riforma si apre la porta al futuro, altrimenti quella porta resta chiusa. Un eventuale fallimento chiuderà quella porta per molti e molti anni. E questo davvero non possiamo consentirlo. L’Italia e gli italiani non hanno più tempo per aspettare.
*Deputato Ncd

