Un’altra barca incagliata: nuovo allarme al porto

PESCARA. I lavori per rendere accessibile il porto di Pescara ai pescherecci non sono stati sufficienti, fino ad oggi, per risolvere i problemi dei fondali insabbiati. Nei giorni scorsi, l’imbarcazion...
PESCARA. I lavori per rendere accessibile il porto di Pescara ai pescherecci non sono stati sufficienti, fino ad oggi, per risolvere i problemi dei fondali insabbiati. Nei giorni scorsi, l’imbarcazione Maria Teresa ha incontrato problemi enormi per rientrare, racconta l’armatore Lucio Di Giovanni. «C’era la bassa marea», dice, «la barca si è messa per traverso e solo quando si è alzata la marea si è accostata alla banchina e l’abbiamo ormeggiata. Vuol dire che i lavori in corso non bastano ad evitare che le barche più grandi tocchino i fondali. È un intervento tampone, un palliativo striminzito, che serve solo per le più piccole. E con la bassa marea e il brutto tempo di questi giorni, il lavoro di spostamento del materiale dei fondali viene vanificato facilmente». Domani, quindi, le imbarcazioni dovranno decidere se raggiungere Pescara o Ortona. Per Francesco Scordella, presidente dell’associazione Armatori Pescara, si è raggiunto un punto di non ritorno. È esasperato «perché non si muove foglia» e la tentazione di «riconsegnare i documenti e chiudere tutto è fortissima. Non si può andare avanti così: lavoriamo 120 giorni l’anno, due giorni e mezzo a settimana, ma paghiamo Inps e Inail per 365 giorni: cioè, io pago per tenere la barca ferma. Il gasolio è arrivato alle stelle, di ristoro prendiamo quattro soldi e i marittimi preferiscono non lavorare per i mille euro che possiamo dare e puntano al reddito di cittadinanza. Non abbiamo un ministro né un sottosegretario né un sindacato o una associazione di categoria che si occupi di noi, di pesca. Nessuno. Ci dicono che sono le regole dell’Europa. Ma così l’Europa ci porta alla morte». (f.bu).

