UN FULMINE A CIEL SERENO MA NULLA ESPLODE PER CASO
Ora che abbiamo il chi, il come e il quando, non ci resta che rincorrere il perché. Cercheremo di capire chi siano davvero questi due ragazzi, anche se a caldo sarà difficile comprendere cosa li ha...
Ora che abbiamo il chi, il come e il quando, non ci resta che rincorrere il perché. Cercheremo di capire chi siano davvero questi due ragazzi, anche se a caldo sarà difficile comprendere cosa li ha spinti a uccidere i coniugi Vincelli. Allora proveremo a catalogare il loro gesto, in nome di un comportamento lontano da quelli socialmente accettati, nel grande capitolo di questa o quella malattia mentale. Avremo gioco facile: il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, la bibbia degli psichiatri, è passato, in poco più di sessant’anni e cinque riedizioni, da un elenco di 106 a oltre 400 malattie mentali.
Ogni manifestazione umana oggi ha la sua etichetta: la tristezza diventa depressione, la preoccupazione per la salute fisica un disturbo da sintomo somatico, sentirsi stanchi più del solito significa soffrire della sindrome da affaticamento cronico ed essere dei ragazzini più capricciosi del previsto vuol dire avere un disturbo del temperamento irregolare. Diremo, comprensibilmente, che la morte dei coniugi di Pontelangorino era del tutto inaspettata. Ma è sicuro che si sia trattato di un fulmine a ciel sereno? Quando si ricostruiscono le vicende di vita degli omicidi in famiglia, di solito saltano fuori avvisaglie che non siamo stati in grado, o non abbiamo avuto il tempo, di decodificare. Tenteremo di risalire la corrente per trovare un indizio, un gene, una malformazione o una malattia in grado di far quadrare tutto.
Ci farà gioco quello che sembra essere il movente: si è parlato di liti familiari per alcuni brutti voti presi a scuola. Il problema è che quasi mai i comportamenti che non si riescono a spiegare sono frutto di follia. Voler incasellare tutto risponde a un’esigenza più profonda che riguarda il bisogno di razionalizzare, la necessità di trovare una ragione che ci tranquillizzi. Un vicolo cieco imboccato da chi non riesce ad ammettere che non tutto è comprensibile, quindi, controllabile. Oppure da chi considera la follia come un ottimo stanzino in cui chiudere quello che è inaccettabile, inaudito, imprevedibile.
L’associazione tra follia e violenza esiste ma è modesta. Più che la follia, pesano sui comportamenti violenti altre variabili troppo spesso sottovalutate: individuali, sociali, economiche e di personalità. Dire che solo un pazzo può uccidere i genitori per via delle critiche ai brutti voti a scuola significa dirsi: io non sono pazzo, a me non potrà mai accadere. E significa trovare una spiegazione a qualcosa d’inspiegabile. Come in un romanzo giallo, consolatorio per definizione. Dove tutti i tasselli alla fine vanno a posto. In altri termini, la follia diventa, paradossalmente, una sorta di ansiolitico sociale, dispensatore di certezze, in un’epoca di grande insicurezza.
Anche il raptus sarà un’argomentazione molto gettonata, ma in criminologia il raptus non esiste. O comunque è un concetto molto controverso: nulla esplode all’improvviso. Le prime ricostruzioni degli eventi, poi, non lasciano molte alternative alla premeditazione. Peraltro, con il termine raptus s’intende un’espressione violenta e incontrollata di emozioni e frustrazioni, ed è rarissimo che questo dipenda da una malattia. Il nostro ordinamento ci ricorda che siamo liberi di esprimere passioni e istinti, anche quelli più bassi, ma che dobbiamo accettarne poi le conseguenze.
Chi si occuperà del caso, probabilmente chiederà una perizia psichiatrica per esplorare la mente di questi ragazzi e per trovare, eventualmente, il germe della depravazione. Purtroppo, immaturità, narcisismo, ricerca di consenso e di soddisfazione dei bisogni a tutti i costi sono molto più diffusi dei disturbi psichici. E così anche la percezione che qualsiasi cosa allontani un desiderio dal suo raggiungimento sia un peso insostenibile, la cattiveria e l’incapacità di gestire sentimenti e frustrazioni.
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