Un giudice nell’Abruzzo dei briganti

In un libro di Elsa Flacco “Un palmo e mezzo sotto la terra” la storia di una trattattiva nel 1862
di Rossano Orlando
«L’umanità è un’impresa sovrumana», scriveva il commediografo francese Jean Giraudoux nel suo Intermezzo (1933). Per lui che rappresentava quello spaccato laico della società illuminista e pacifista dell’epoca, questa “rivelazione” sembra una condicio sine qua non per la lettura di . “Un palmo e mezzo sotto la terra” (Edizioni Sigraf), una storia vera ambientata nell’Abruzzo degli anni immediatamente successivi all’Unità d’Italia, in cui imperversavano in tutto il Centro sud bande di briganti che conducevano una lotta serrata contro il nuovo stato di cose. Come spiega l’autrice, Elsa Flacco, questo volume «ha un finale tragico che, tuttavia, lascia aperta una speranza: quella che sia possibile, anche nella situazione apparentemente più recuperabile, un incontro, un moto di solidarietà, compassione, simpatia, che sono in fondo nomi diversi per definire quel complesso di valori che possiamo sintetizzare con il termine “umanità”, che li comprende e li contiene tutti».
Il libro della Flacco, insegnante di Lettere al liceo scientifico di Guardiagrele, è una storia sul brigantaggio che riemerge dopo un secolo e mezzo dalle carte dell’Archivio di Stato di Chieti. All’inizio del 1862 arriva al mandamento di Guardiagrele il trentenne giudice napoletano Gaetano Foschini, catapultato dalla ex capitale del regno nell’Abruzzo contadino e montanaro, per fronteggiare la rivolta di villani analfabeti che seminano il terrore razziando, sequestrando, ammazzando proprietari, guardie e presunte spie. Lo Stato come reagisce a questa situazione che rischia di sfuggire di mano? Manda l’esercito, usa la guardia nazionale: rastrellamenti, arresti, esecuzioni sommarie. Il giudice Foschini, però, è diverso: caparbio, forse idealista, ha la bizzarra idea di voler “parlare” con i briganti. È convinto che esista una strada diversa dalla repressione: vuol convincere i briganti a consegnarsi in cambio di garanzie e sconti di pena. Inizia trattative sotterranee con gli intermediari per organizzare un incontro e cerca di arrivare ai capi con pressioni su familiari vulnerabili: mette così gli occhi su Giacinta D’Angelo, di Filetto, madre del brigante della banda della Maiella Gaetano Rizzacasa. La convoca, la interroga, le chiede di intercedere presso il figlio perché si costituisca. Lei tentenna, e questa sua incertezza, questo conflitto interiore, insieme con l’azione e l’intelligenza del giudice e le motivazioni confuse ma sincere del brigante Gaetano, costituiscono il nerbo del racconto di Elsa Flacco: come sosteneva Manzoni, compito del narratore è di immaginare ciò che la storia non racconta. Fatti realmente accaduti, ma inseriti in un dramma umano, in cui si confrontano figure tra loro lontanissime per status sociale, cultura, mentalità, che cercano per un istante di intendersi, di trovare un terreno d’incontro.
Da questo libro nasce anche lo spettacolo teatrale “Chi vive?” da un’idea del ricercatore di Pretoro Fabrizio Fanciulli, coadiuvato da Stefania Proietto con la Società italiana della musica e del teatro (Simt) del presidente Antonello Pellegrini. La regia è di Veronica Pace con le musiche originali e inedite del maestro Maurizio Colasanti, direttore d’orchestra noto a livello internazionale.
Cosa ci insegna, dunque, questa storia tra libro e teatro? «È la lezione che ci hanno lasciato Giacinta D’Angelo e Gaetano Foschini: con storie e destini lontani», conclude la Flacco, «è sempre possibile un momento di condivisione e di contatto umano».
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