Un simbolo d’Abruzzo, Sospiri: «Zio Nino e la politica nobile, uomo duro e intransigente ma leale con i suoi avversari»

Il nipote racconta al Centro il 7 volte parlamentare e volto noto dell’Msi. Sabato nella sua Pescara l’evento commemorativo con i vertici del centrodestra
PESCARA. «Avrei potuto candidarmi prima di quando mi sono candidato, è vero, ma c’era già un Sospiri in politica. E uno ce ne poteva essere. Punto». Sono passati 20 anni da quando se ne è andato Nino Sospiri, uomo simbolo della destra abruzzese. Prima consigliere comunale a Pescara, poi consigliere regionale e infine parlamentare (per 7 mandati consecutivi): dalla sua città fino ai vertici dello Stato, ripercorrere questo cursus honorum significa riportare indietro le lancette del tempo «a una stagione nobile della politica», ricorda il nipote Lorenzo, che ha seguito la sua stessa strada (e, come lui, coltiva grandi ambizioni). L’attuale presidente del consiglio regionale ha organizzato una commemorazione in suo onore (Nino Sospiri: visioni vive), che si terrà il prossimo sabato al teatro Circus di Pescara. Tra gli ospiti ci saranno anche il presidente del Senato Ignazio La Russa e il parlamentare Maurizio Gasparri, oggi in fazioni politiche diverse, ma tutti compagni di quell’avventura del Movimento sociale italiano che da forza di opposizione, grazie alla svolta impressa da Gianfranco Fini, riuscì a imporsi come forza di governo.
Sospiri, suo zio è stato un assoluto protagonista di una stagione politica importante per la destra. La sua figura l’ha influenzata nella scelta di fare politica?
«Per nulla. L’aspetto familiare e quello politico sono sempre stati su due piani diversi».
Beh, poteva contare su un ascendente importante.
«Direi piuttosto il contrario: avere Sospiri nel proprio cognome per me è stato un ulteriore banco di prova».
Suo zio non l’ha mai spinta a fare politica?
«Chiariamo: con Nino avevo un rapporto molto stretto. Avendo perso mio padre quando avevo 12 anni, per me è stata una figura molto importante. Ma né mio fratello né le sue due figlie, pur avendo una formazione culturale di centrodestra, se non di destra, hanno preso quella strada. Solo io l’ho fatto, ed è stata una scelta presa in autonomia».
E perché ci poteva essere un solo Sospiri in politica?
«Perché Nino non voleva in nessun modo dare l’idea di fare favoritismi. Finché c’è stato lui non candidarmi non è mai stato un punto in discussione, ma questo non significa che non vivessi un’intensa militanza. Erano gli anni del Fronte della gioventù».
L’organizzazione giovanile del Movimento sociale, di cui Nino era il vertice indiscusso in Abruzzo.
«Era il nostro punto di riferimento, ha formato l’attuale classe dirigente del centrodestra. Pensi, se non a me, a Roberto Santangelo, a Etelwardo Sigismondi o a Guido Liris e Luigi D’Eramo: Nino ha puntato su tutti loro, cercando di dargli una candidatura in più piuttosto che una in meno. E guardi la strada che hanno fatto».
Per questo ha deciso di chiamare l’evento “visioni vive”?
«In parte sì, ma non solo. Molti dei temi che Nino ha portato 30 anni fa oggi sono più attuali che mai. Basta pensare che è stato a lui a proporre l’inserimento dell’ambiente nella Costituzione o, per restare nell’ambito locale, alle sue battaglie per il porto di Pescara e per il collegamento ferroviario con Roma. Sono argomenti vivi, che affrontiamo tutti i giorni».
Questo il ritratto politico. Com’era invece, il Nino Sospiri uomo?
«Aveva in sé tutta la durezza del mondo, ma anche tutta la sua dolcezza».
Con lei è stato duro?
«Era un uomo particolarmente intransigente con se stesso, e quindi anche con gli altri. Specialmente con chi gli era vicino. Ma ricordo anche tanti momenti di felicità e spensieratezza».
Per esempio?
«Le camminate in montagna o le feste in famiglia, i viaggi fatti insieme. Ma Nino era la durezza e la dolcezza insieme. Bisognava saperlo prendere».
L’ha stupita vedere i post affettuosi pubblicati da storici avversari di battaglie in consiglio comunale come Gianni Melilla o Maurizio Acerbo?
«No, per nulla. Come tutte le persone al contempo dure e sincere, riusciva a stabilire dei rapporti di grande lealtà con i suoi avversari».
Non è rimasto sorpreso dal ricordo di Acerbo? I loro scontri in aula sono storici: lui giovane consigliere di Rifondazione comunista, suo zio – ai tempi presidente del consiglio comunale – profondamente anticomunista.
«(sorride) Può sembrare paradossale, ma Nino lo rispettava, perché in qualche modo ci si rivedeva».
Che intende?
«Ai tempi Nino era presidente del consiglio comunale e sottosegretario ai Trasporti, ma un tempo era stato un giovane consigliere di opposizione contro la democrazia cristiana. Esattamente come allora Acerbo, che combatteva nello stesso modo in cui aveva combattuto lui. C’era tanto rispetto. E poi la politica è sempre una battaglia sulle idee, non sulle persone».
La famosa stagione della politica nobile.
«Lo è effettivamente stata. Era un tempo diverso. Magari ritornasse!».
Alla commemorazione di Sabato ci saranno anche La Russa e Gasparri. Qual era il loro rapporto con suo zio?
«Erano tutti parti della classe dirigente quando ci si rese conto che l’Msi non sarebbe potuto andare al governo a causa delle sue resistenze fasciste».
Erano tutti legati a Giorgio Almirante.
Fu lui a vedere in Fini l’uomo della possibile svolta di governo e in quel gruppo di giovani la classe dirigente che avrebbe dovuto traghettare il partito verso una nuova fase. Nino, La Russa, Gasparri e tanti altri strinsero legami molto intensi proprio perché protagonisti di quel cambiamento».
Ma oggi suo zio in che partito sarebbe?
«In Fratelli d’Italia. Sicuramente».
Lei, invece, è con Forza Italia.
«Ho sempre considerato l’idea di un grande partito di centrodestra e quindi, quando nacque il Pdl, aderii con entusiasmo. Poi Fini è uscito dal partito e qualche anno dopo Meloni ebbe l’intuizione di Fratelli d’Italia: (sorride) evidentemente non ho avuto la stessa capacità di leggere il dato politico della destra».
Poteva cambiare partito, lo hanno fatto in tanti.
«Credevo fosse giusto continuare sulla linea del partito unico. E poi ero stato eletto con quel simbolo e non volevo tradire il mio mandato. Ma le diverse anime della destra, per me, sono tutte affluenti dello stesso fiume».
Però l’impressione generale è che negli ultimi tempi lei abbia adottato toni molto più distensivi, anche nei confronti dell’opposizione.
«È vero, ma è perché cerco di fare come faceva Nino: distinguere la mia appartenenza, i valori che ho, dal ruolo che ricopro. Sono il presidente del consiglio regionale: ho il dovere di rispettare un’opposizione che, tra l’altro, nella stragrande maggioranza dei casi si comporta in maniera responsabile».
Fosse stato lei all’opposizione, si sarebbe comportato diversamente?
«Probabilmente avrei fatto molto peggio!».
Quindi i suoi toni pacati non sono dovuti al fatto che vuole essere il successore di Marsilio?
«Naturalmente ho le mie ambizioni, ma se mi comporto così è in primo luogo per il ruolo che ricopro».
Come si traducono, politicamente, queste ambizioni?
«Ormai ho maturato l’idea di poter offrire la mia candidatura al centrodestra per la presidenza della Regione».
Teme possibili concorrenti?
«Ci sono altri possibili candidati, in grado anche loro di tenere insieme la coalizione. Ma se lei mi chiede per che cosa mi sono preparato in questi anni, è per diventare governatore».
La sua passione per la politica non può non essere legata a suo zio. Un ultimo ricordo insieme, ma di militanza?
«Non c’è stato un giorno, da quando avevo 14 anni, in cui non abbiamo condiviso la militanza politica. Ricordo molto bene la sua seconda vittoria alle elezioni comunali di Pescara. Seguimmo tutto lo spoglio insieme».

