Un testo confuso che non riduce i costi della politica

di PAOLA PELINO * Al referendum costituzionale del prossimo 4 dicembre voterò convintamene per il No alla riforma Renzi-Boschi, una riforma che non semplifica il funzionamento del sistema politico,...
di PAOLA PELINO *
Al referendum costituzionale del prossimo 4 dicembre voterò convintamene per il No alla riforma Renzi-Boschi, una riforma che non semplifica il funzionamento del sistema politico, non riduce affatto i costi della politica e disegna un quadro contradditorio e confuso.
Innanzitutto, da un bicameralismo paritario si passa a un bicameralismo confusionario: non scompare affatto la “navetta” tra una camera e l'altra perché il nuovo Senato conserva in alcuni casi le sue funzioni di esame e approvazione delle leggi e ha la prerogativa di richiamare a sé i disegni di legge in tutti gli altri casi, in un procedimento legislativo che arriva fino a prevedere almeno dieci tipologie tra leggi bicamerali, monocamerali, monocamerali rinforzate, leggi di bilancio, leggi indicate come essenziali per il programma del governo, eccetera eccetera. Un Senato che la riforma vuole non più eletto dai cittadini ma dai consigli regionali che sceglieranno i nuovi senatori tra consiglieri regionali e sindaci che, oltre a dover svolgere le loro funzioni tipiche, dovranno impegnarsi nei tanti compiti, complessi e ambigui, che sempre la riforma assegna alla camera alta. Quindi, niente semplificazioni, solo ulteriore confusione ed elettori privati del diritto di scelta.
Inoltre, non si capisce cosa c'entrino i cinque senatori nominati dal presidente della Repubblica con il nuovo Senato delle autonomie, così come pure balza evidente la contraddizione di un Senato che si vuole rappresentativo dei territori mentre si opera un drastico riaccentramento delle materie allo Stato a scapito proprio delle Regioni. Non mi convince nemmeno, nella revisione del Titolo V, anche la competenza esclusiva attribuita allo Stato nel coordinamento della finanza pubblica che porta con sé il rischio di nuovi tagli lineari a scapito delle regioni e dei territori, senza che questi ultimi possano decidere almeno sulle modalità di attuazione di scelte imposte dall'alto. Anche in questo caso poche idee e ben confuse, persino dannose.
Altri importanti motivi del No risiedono, a mio giudizio, nelle modalità di elezione del presidente della Repubblica e della Corte Costituzionale. La previsione che dal settimo scrutinio sono sufficienti i tre quinti dei votanti fa sì che potrebbero bastare 300 parlamentari per eleggere il capo dello Stato, che diverrebbe di fatto il presidente di un solo partito. Francamente difficile da comprendere è poi il fatto che nella nuova costituzione 100 senatori possano eleggere 2 giudici costituzionali e 630 deputati gli altri 3 di competenza del parlamento: uno squilibrio evidente e ingiustificabile. Sul punto tanto sbandierato della riduzione dei costi della politica, infine, si fa solo retorica fine a se stessa. La struttura del Senato resta in piedi con i suoi costi, il solo taglio dei parlamentari ha impatto limitato sui risparmi, la riduzione degli emolumenti dei consiglieri regionali è rimandata a una successiva legge ordinaria che non sappiamo se, come e quando si farà. Si può senz'altro condividere la scelta di sopprimere il Cnel, ma come dicono molti giuristi qualificati si poteva fare senza necessariamente stravolgere l'attuale Costituzione.
Insomma, si tratta di respingere una riforma scritta male, che rischia di mancare clamorosamente gli obiettivi di efficienza del sistema perché mancano, tra le altre cose, importanti elementi di stabilizzazione dei governi in una democrazia parlamentare, che potevano essere introdotti con lo strumento della sfiducia costruttiva. Per questo diciamo convintamente No a questo pasticcio.
* Senatrice di Forza Italia

