Una granata causa la strage Gli avvisi di garanzia pronti

I tre operai morti nella Sabino di Casalbordino, inchiesta per disastro e omicidio colposo Una delle vittime stava disinnescando l’ordigno. Impianto sequestrato, si attendono i Ris
CASALBORDINO. Stavano togliendo la spoletta a una granata quando è scoppiato l’inferno. In attesa degli avvisi di garanzia, che saranno notificati nelle prossime ore con le inevitabili iscrizioni nel registro degli indagati, spunta la causa della deflagrazione che ha portato di nuovo lacrime e sangue alla Esplodenti Sabino di Casalbordino con la morte di altri tre operai – Fernando Di Nella, 62 anni di Lanciano, Giulio Romano, 56 anni di Casalbordino, e Gianluca De Santis, 44 anni di Palata (Campobasso) – a distanza di neanche tre anni dall’ultima strage nella storica azienda che tratta residuati bellici.
L’INCHIESTA
Le indagini dei carabinieri del nucleo investigativo di Chieti e della compagnia di Ortona sono coordinate dal sostituto procuratore della Repubblica di Vasto Silvia Di Nunzio. Le ipotesi di reato sono omicidio colposo plurimo e disastro colposo. È molto probabile che, come è avvenuto nella precedente inchiesta, venga richiesto l’intervento dei carabinieri del Reparto investigazioni scientifiche (Ris) e del Nucleo operativo ecologico (Noe) per un ulteriore sopralluogo nello stabilimento, ora finito sotto sequestro.
LA PRIMA RICOSTRUZIONE
Quanto ai motivi della tragedia, in base a ciò che emerge da fonti aziendali, uno degli operai, ovvero Romano, stava disinnescando una granata lunga all’incirca un metro nella casamatta denominata «locale 40». Saranno ora gli accertamenti degli investigatori a svelare se la deflagrazione dell’ordigno con quattro chili di polvere da sparo sia stata provocata da una spoletta difettosa o da un errore umano. Quel che è certo è che l’esplosione è stata devastante: basti pensare che uno dei dipendenti, De Santis, è stato sbalzato fuori dal magazzino. La strage avrebbe potuto essere ancora più dolorosa perché, fino a poco tempo prima dello scoppio, nelle vicinanze si trovavano anche altri operai.
IL SOPRALLUOGO
Ieri mattina gli investigatori sono tornati nella fabbrica insieme agli artificieri dell’Esercito italiano provenienti da Foggia, e a quelli della polizia di Stato, che hanno iniziato le operazioni di bonifica. L’emergenza è confinata all’interno dell’area della fabbrica, tant’è che le 20 persone sgomberate hanno fatto ritorno a casa dopo aver trascorso la notte dai familiari o in albergo.
IL CAPITOLO SICUREZZA
L’inchiesta dovrà naturalmente accertare se siano state rispettate le stringenti norme di sicurezza in una fabbrica nella quale, nel dicembre 2020, dopo la strage con la morte di tre operai, era stata stoppata l’attività. Per sette mesi l’azienda era stata ferma. Ma, a distanza di un anno, la società aveva ottenuto di nuovo la licenza e settanta operai erano tornati al lavoro. Secondo la Sabino, le numerose ispezioni e tutti i collaudi operati al termine dei nuovi lavori, costati circa un milione di euro, non potevano far presagire nulla di simile. «I protocolli», hanno ribadito ieri i legali dell’azienda, «sono stati rispettati e le schede di lavoro sono regolarissime. Il lavoratore era particolarmente esperto perché da trent’anni, tutti i giorni, faceva quel mestiere. Non riusciamo a spiegarci come sia potuto accadere, se non in relazione a un difetto imponderabile della materia che si stava trattando».
GLI AVVISI DI GARANZIA
Almeno al momento, gli avvisi di garanzia pronti per un paio di figure apicali dell’azienda sono un atto dovuto in vista di un esame irripetibile come quello dell’autopsia, che consentirà a tutte le persone coinvolte – indagati e parenti delle vittime – di nominare un proprio consulente. L’incarico dovrebbe essere affidato lunedì mattina, negli uffici della procura di Vasto, al medico legale Pietro Falco. Recuperati nella tarda serata di mercoledì, i corpi sono stati trasferiti all’obitorio dell’ospedale Santissima Annunziata di Chieti: le autopsie difficilmente saranno eseguite prima di martedì.
IL POST SU FACEBOOK
Ieri è stato rilanciato su Facebook un post, risalente al 17 marzo 2021, in cui il segretario nazionale del partito della Rifondazione comunista Maurizio Acerbo segnalava come i dipendenti della Sabino stessero manifestando davanti alla procura «con le bandiere dall’azienda come se la chiusura fosse responsabilità di chi indaga. Credo, con rispetto, che si tratti di un atteggiamento sbagliato. Comunque c’è una buona notizia: l’Inps ha dato via libera alla cassa integrazione». Un intervento che aveva scatenato polemiche. Fernando Di Nella, una delle vittime dell’esplosione di due giorni fa, aveva risposto: «Provi a vivere lui con 500 euro in meno sullo stipendio e poi ne riparliamo».
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