«Una minaccia alla fragile ripresa della regione»

L’economista Mauro: coinvolte espostazioni per un valore di 1,3 miliardi. Sarebbe un passo indietro per tutti
PESCARA. Il rischio dei super dazi Usa minacciati dal presidente Trump e gli effetti della Brexit sulle esportazioni potrebbero essere la tempesta perfetta per la malandata economia abruzzese, come spiega il professor Giuseppe Mauro, docente di politica economica all’Università d’Annunzio di Pescara.
Professore, quali sono i rischi per noi se torna il protezionismo Usa?
«I rischi potrebbero essere significativi, almeno per due motivi: per l'entità dei flussi commerciali verso gli Stati Uniti e per i settori interessati».
Cominciamo dai flussi
«Il 6% del totale delle esportazioni abruzzesi va negli Usa per un valore di 473 milioni, con un avanzo di 300 milioni di euro. Teniamo inoltre conto che nel 2016 i rapporti commerciali con gli Usa sono cresciuti del 20%».
E quali sono i settori più coinvolti?
«Soprattutto prodotti alimentari e bevande, computer e apparecchiature elettroniche e mobilio. Gli altri settori sono presenti con quote via via minori. L’agroalimentare esportato negli Usa vale circa 90 milioni di euro, ed è il 19,4% dell’intero export abruzzese verso gli Usa. Ma è ancora più interessante notare che su tutto l'agroalimentare che viene esportato dalla nostra regione oltre il 18% sbarca negli Usa. Ancora più significativo appare essere il settore dei computer e degli apparecchi elettronici, la cui incidenza è quasi totale. Il 78% di questa produzione raggiunge l’America. Poi ci sono i mobili. Negli Usa mandiamo il 12% del totale delle esportazioni di settore, per oltre 13 milioni di euro. Ora, il problema che emerge è che eventuali provvedimenti Usa verrebbero a colpire soprattutto comparti di natura endogena, i cui protagonisti sono principalmente imprese abruzzesi».
E se agli Usa dovesse aggiungersi anche il Regno Unito?
«Il discorso diventerebbe ancora più pesante, anche perché coinvolgerebbe settori diversi rispetto agli Usa, e perché l’export verso il Regno Unito è più corposo: raggiunge gli 842 milioni di euro (il 10% del valore totale dell’export che è di 8 miliardi), con una crescita costante del 49% rispetto agli anni pre crisi».
Quali sarebbero i settori più coinvolti?
«Qui la parte del leone viene svolta dai mezzi di trasporto con il 59,7% sul totale e dagli articoli in gomma che sono il 10,5%. Comunque anche l’agroalimentare ha un valore significativo con 34 milioni di euro».
Dunque se questi due scenari, i dazi di Trump e una Brexit protezionistica, dovessero verificarsi...»
«Avremmo un peso sul totale dell’export abruzzese che raggiungerebbe il 16% del totale, pari a un valore di circa 1 miliardo 300 milioni, coinvolgendo i due segmenti fondamentali dell'export abruzzese: le grandi imprese per il Regno Unito e le piccole imprese per gli Usa. Inoltre, questo scenario, unitamente alle calamità naturali, che hanno colpito una quota non trascurabile del territorio abruzzese, potrebbe interrompere un processo di ripresa economica, sia pure lenta e timida, che si era manifestata in tutti i tre grandi aggregati del sistema economico: il pil cresciuto del 2,6% nel 2015 e dello 0,7% nel 2016, l’aumento occupazionale dell’1,4% nel 2016 e l’export cresciuto del 9,7%. Dati positivi anche se siamo lontani dal periodo precrisi del 2008, quando avevamo 8mila occupati in più. Inoltre va considerato che l’export in Abruzzo è una componente che serve a compensare il calo della domanda interna. Quindi una sua riduzione può provocare danni rilevanti».
Dobbiamo cominciare a dare l’addio al libero mercato?
«Il libero mercato ha rappresentato in questo dopoguerra la crescita di tutte le economie mondiali inclusa quella americana. I dazi rappresenterebbero un ritorno al passato».
C’è possibilità di impedirlo?
«Questo discorso non può essere ostacolato o interrotto dalla Regione o dall’Italia, ma dovrebbe essere interrotto dall’Unione europea».
Trump punta il dito sulla globalizzazione. Non ha tutti i torti dal suo punto di vista.
«La globalizzazione ha determinato l’uscita dalla povertà di milioni di persone in Indonesia, Cina, India... ma è anche vero che c’ha messo di fronte a un grande processo di ridistribuzione del reddito dai paesi avanzati ai paesi emergenti, con un impoverimento del ceto medio e della classe operaia occidentale».
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