Usurai nei guai, famiglia fuori dall’incubo

30 Maggio 2020

Un arresto e un obbligo di dimora a carico di padre e figlio. Costringevano le tre vittime a vivere barricati in casa

MONTESILVANO. Tanti prestiti di denaro, chiesti e ottenuti a strozzo. E su quel debito che lievitava sempre di più c’era una valanga di interessi da pagare, compresa la mora per i ritardi. Affidarsi agli usurai è stato come vivere un incubo per una famiglia composta da due fratelli e madre ottantenne, che si sono ritrovati senza un centesimo e si sono barricati in casa per la paura, minacciati e vittime di violenze. Dopo due anni, è finito tutto giovedì con l’arresto di Fabio Sanna, l’uomo di Montesilvano accusato di aver prestato soldi a strozzo.
Il provvedimento di arresto del giudice gli è stato notificato dai carabinieri della compagnia di Montesilvano, gli stessi che hanno indagato a lungo sul suo conto (il pm è Andrea Di Giovanni), mentre il figlio, Michael Sanna, è stato sottoposto all’obbligo di dimora e di presentazione alla polizia giudiziaria. I reati contestati sono usura, estorsione e sequestro di persona. Perché, oltre a far arrivare alla famiglia delle raccomandazioni a rispettare le “scadenze” di pagamento, la coppia ha intimorito le vittime con telefonate e messaggi intimidatori e, in un crescendo di violenza, si è arrivati a un sequestro di persona, come riferito dalle vittime stesse.
E così i due fratelli finiti nelle mani degli strozzini sono stati costretti a chiudere l’agenzia immobiliare di Montesilvano e a tirare dentro a questa faccenda anche la madre, per avere un aiuto, oltre a rivolgersi a parenti e amici, visto che, a fronte di un prestito iniziale di circa 13mila euro, sono arrivati a pagare circa 55mila euro di interessi, come raccontano oggi. Il buco nero del debito è cresciuto un po’ per volta. Tutto è cominciato a febbraio 2018 con il primo prestito per pagare un mutuo. Sanna, che i due fratelli consideravano un amico, oltre a essere collaboratore dell’agenzia immobiliare, avrebbe concesso 500 euro, che avrebbe ottenuto a sua volta da un conoscente, pretendendo 200 euro mensili di interessi per «il disturbo». Da allora, ogni volta che c’erano spese o non si riusciva a pagare il debito, venivano chiesti e ottenuti altri prestiti, ma sempre con nuovi interessi mensili, saldati dai due fratelli con la pensione della madre.
Si aggiungeva anche una penale (da 50 a 100 euro al giorno) da versare in caso di ritardo, come hanno denunciato sempre le vittime. Non riuscendo più a pagare il debito a strozzo, la famiglia ha fatto ricorso ai fondi dell’agenzia e l’attività è affondata. Le difficoltà sono diventate quotidiane anche a livello domestico, non potendo più «fare la spesa e pagare le bollette, che venivano rateizzate», o saltavano completamente. A casa della madre, rimasta di fatto senza pensione, era frequente che la luce fosse ridotta, per cui «niente lavatrice né riscaldamento».
Il fondo si è toccato quando «Sanna diceva e scriveva che avrebbe portato gli zingari a casa (visto che i soldi arrivavano da loro). E mio fratello», ha denunciato la donna, «è stato prelevato a forza, caricato in macchina dai due Sanna e portato nel cortile della loro abitazione, per dargli una lezione, e lì fu colpito sul volto». In un’altra occasione «è stato schiaffeggiato e minacciato», sempre in base alla denuncia. Proprio la donna racconta che è stato tutto «molto pesante. Da dicembre viviamo segretati in casa, senza mai uscire. Abbiamo perso tutto, abbiamo dovuto riconsegnare i locali dell’attività e mia madre ha pagato più di tutti perché la sua pensione se ne andava via a inizio mese. A lungo non ha preso le medicine perché non avevamo i soldi per comprarle (fino a quando abbiamo smesso di pagare il debito) e psicologicamente sta malissimo».
La donna e suo fratello, difesi dagli avvocati Roberto Luciani e Giovanni Mangia, hanno messo da parte tutti i messaggi ricevuti dai Sanna, poi finiti nelle mani dei carabinieri, e non possono dimenticare che «sullo spioncino della porta di mia madre hanno spento le sigarette, prima che venisse bruciato, per impedire di vedere chi ci fosse fuori. La tua vita viene annullata, non sei più libero di fare niente, eviti i posti dove incontrare» il creditore-usuraio. C’è voluto tempo prima di presentare una denuncia, perché «pensavo di uscirne, e poi avevo paura». L’intervento di Luciani è stato determinante per convincere le vittime e per chiedere un aiuto statale, in modo da non far perdere la casa alla famiglia (non essendo stato pagato il mutuo). «Quando è arrivata la notizia delle misure cautelari ho tirato un sospiro di sollievo», aggiunge la donna, perché la loro l’esistenza era stata «stravolta». E ora? «Mi sento sollevata, non ho più paura. Vogliamo ricominciare a lavorare, restituire i soldi a chi ci ha aiutato e riparare gli errori fatti sul lavoro. E capisco che se avessi fatto prima la denuncia mi sarei risparmiata denaro ed errori».