«Va via con Alessandro un pezzo di cuore»

25 Gennaio 2017

A Farindola i funerali della prima vittima estratta dal resort

FARINDOLA. Quanta forza occorre per pronunciare parole di speranza accanto alla bara del proprio figlio? Mamma Maria Rosa è una donna piccola e leggera dagli occhi chiari senza più lacrime. Dal pulpito della chiesa madre di Farindola apre la cerimonia funebre per il suo Alessandro abbracciando tutta la sua gente con i versi dal libro del profeta Isaia: «...Il Signore Dio asciugherà le lacrime su ogni volto, l'ignominia del suo popolo farà scomparire da tutta la terra, poiché il Signore ha parlato. E si dirà in quel giorno: ecco il nostro Dio; in lui abbiamo sperato perché ci salvasse. Questi è il Signore in cui abbiamo sperato; rallegriamoci, esultiamo per la sua salvezza, poiché la mano del Signore si poserà su questo monte».

Nel dolore mamma Maria Rosa ha la forza immensa dei miti e la infonde nei tanti che la circondano. È lei, nel suo giorno più duro, a fare coraggio a una comunità attonita che in poche ore ha visto il gelo avvolgere progetti di riscatto e benessere, coltivati con l’ostinazione della gente di montagna in un territorio difficile quanto generoso di bellezza, sapori, gentile accoglienza e fino a qualche anno fa dimenticato.

La chiesa è piena, la piazzetta su cui affaccia altrettanto. Ci sono tutti a salutare Alessandro Giancaterino, 42 anni, papà entusiasta di Niccolò, marito di Erika, che ora non si dà pace, figlio adorato di Maria Rosa Chiarini e Umberto, capo cameriere orgoglioso del suo lavoro all’hotel Rigopiano, tra le prime vittime estratte dal resort schiantato dalla potenza della natura. La bara in legno chiaro arriva puntuale alle 11, portata a spalla sotto una pioggia battente e un cielo livido. Arriva dal municipio, dove era stata allestita la camera ardente. La copre una grande bandiera nerazzurra, i colori dell’Inter, la squadra del cuore di Alessandro.

Sotto c’è un cuscino di fiori bianchi e un bigliettino: “Papino mio sarai sempre con me.. Ti voglio un mondo di bene… il tuo Cocò”, vi si legge. Per scriverlo il piccolo Niccolò ha scelto una penna con inchiostro blu e una con inchiostro nero, sempre i colori della Beneamata: segno tenero della passione sportiva che nel padre conosceva e con il padre condivideva con allegria. Niccolò ha10 anni e solo domenica ha saputo la verità sul papà ed ora è assistito da uno psicologo. In chiesa non ce l’ha fatta ad esserci. Un soffio di calore per lui è arrivato dai piccoli della Scuola calcio farindolese, schierati in tuta azzurra, serissimi, a fianco agli adulti della Amatori Vis Farindola.

La salma, preceduta dalla corona inviata dal presidente della Repubblica, è scortata dai volontari della protezione civile che, dandosi il cambio con i compagni che lassù scavano e scavano ormai da giorni tra macerie e neve, hanno organizzato il traffico e il trasporto della moltitudine di gente arrivata a Farindola.

Ci sono i carabinieri in alta uniforme, e a uno di loro una signora cortese offre un fazzolettino di carta e un lieve sorriso di comprensione. C’è il picchetto d’onore dei vigili urbani di Chieti e Fermo, omaggio al collega Massimiliano Giancaterino, fratello di Alessandro: un uomo alto e possente che nelle ore successive alla tragedia non si è sottratto di fronte a domande incalzanti e pesanti di giornali e tv sulle vicissitudini giudiziarie di ieri e le ipotetiche responsabilità di oggi nella sorte del Rigopiano. Ha reagito, difeso, spiegato «anche a nome di mio fratello».

Ora sembra annichilito, continua a camminare sul sagrato, tormentandosi le grandi mani allacciate dietro alla schiena. È lui a chiudere la cerimonia funebre insieme al giovane sindaco di Farindola Ilario Lacchetta, suo successore alla guida del Comune. Salgono insieme sul pulpito. Giancaterino sembra vacillare mentre legge il brano di Primo Levi che definì per sempre l’Abruzzo e i suoi abitanti: «S’è detto e si dice il forte Abruzzo. Vi è nella nostra lingua, tutta, in sé stessa, comprensiva eleganza, una parola che vale a comprendere definendole, tutte le bellezze, tutte le nobiltà.. . è laparola Gentilezza. Epperò, dopo aver visto e conosciuto l'Abruzzo, dico io: Abruzzo Forte e Gentile».

Poi accartoccia il foglio e sceglie di parlare a braccio nella lingua dei suoi padri, la lingua del suo paese, un dialetto solido e diretto per le parole intrise di coraggio e, ancora, di forza: «Ve lo dico in modo che noi ci capiamo: l’abbruzzes’ abbasse la coccia solo pe’ arcoje la genzian (l’abruzzese china il capo solo per raccogliere la genziana ndr). Alessandro era una persona generosa, un padre affettuoso, un grande lavoratore, lo conoscevate bene. Poteva tornare a casa sua quel martedì sera, ma ha detto no: “Pozz’ lascià Gabriele (D’Angelo, il cameriere di Penne trovato senza vita ndr) a cummatt’ con le colazioni degli ospiti?”, ha risposto ridendo. Non si tirava mai indietro Alessandro. Quando scenderà il silenzio mediatico su di noi, non ci lasciate soli. Questa tragedia ha lacerato cuori e un tessuto economico importante. Non abbandonate Farindola. Mio fratello non avrebbe voluto».

Si rivolge certo ai politici e ai rappresentanti delle istituzioni che sono nella chiesa, tra gli altri il governatore Luciano D’Alfonso, il viceministro dell'Interno Filippo Bubbico, il prefetto di Pescara Francesco Provolo, i sindaci di Pescara e Chieti, Marco Alessandrini e Umberto Di Primio. Ma sembra rivolgersi anche ai giovani, che sono tanti dentro e fuori dalla chiesa.

Amici, colleghi, dipendenti del resort scampati per destino alla distruzione. Si mescolano agli anziani, nel loro abbraccio cercano conforto. Con Alessandro condividevano un lavoro, direttamente o per indotto, e una grande speranza: riuscire a non andare via dalle proprie montagne e crearsi qui un futuro, anche con quel turismo di qualità studiato sui banchi di scuola e che il comprensorio vestino – con i suoi prodotti, l’artigianato, l’enogastronomia, la sua natura, i suoi borghi e piccoli musei – insegue faticosamente. E di cui l’hotel Rigopiano era diventato fulcro. Piangono i ragazzi, le teste appoggiate l’una all’altra. Piangono ripetendo «E ora?», mentre si avvicinano a Emira De Acetis, moglie di colui che del resort era l’anima e la testa , Roberto Del Rosso, tra i dispersi. La donna ha voluto dare l’ultimo saluto al dipendente e amico e ha lasciato per un po’ la sala del Coc di Penne dove arrivano notizie dall’area della tragedia. «Il nostro cuore è lì, sepolto sotto le macerie», il saluto del sindaco Lacchetta, «insieme alle persone che non ce l'hanno fatta. Abbiamo perso un pezzo di cuore».

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