VECCHIO CONTINENTE SILENTE

17 Novembre 2015

di ALBERTO FLORES D’ARCAIS Mentre i caccia della Francia bombardavano Raqqa, gli A-10 dell’aviazione Usa hanno attaccato e distrutto oltre cento camion che trasportavano petrolio da vendere sul...

di ALBERTO FLORES D’ARCAIS

Mentre i caccia della Francia bombardavano Raqqa, gli A-10 dell’aviazione Usa hanno attaccato e distrutto oltre cento camion che trasportavano petrolio da vendere sul mercato nero. A tre giorni dall’inferno di Parigi qualcosa finalmente è cambiato nella tattica con cui gli Stati Uniti (e più in generale la coalizione occidentale) combattono la guerra contro lo Stato islamico di Siria e Iraq (o Daesh se vogliamo usare l’acronimo in arabo). Un raid, quello dell’Air Force, che era «progettato da tempo» si è affrettato a dichiarare il Pentagono, quasi a non voler legare - come invece ha fatto il presidente francese Hollande - l’iniziativa militare ai massacri della Ville Lumière.

Sulla guerra in Siria (e in Iraq) contro quelli che sempre più spesso vengono definiti sui media e sui social network americani islamo-fascisti, la Casa Bianca di Obama ha molto da farsi perdonare. Una strategia che si è rivelata perdente, una tattica confusa, l’appoggio logistico, l’addestramento e le armi per gruppi “moderati” finiti (per incapacità o per scelta) nel campo nemico, l’uso limitato degli attacchi aerei. Poco importa sapere che la scelta di colpire dal cielo i rifornimenti di “oro nero” - che finanziano una buona parte delle attività dei tagliagole del sedicente Califfo - fosse preparata da tempo, quello che conta è che sia stato dato il via libera all’operazione. E questo, difficile negarlo, è avvenuto (anche) perché c’è stata Parigi.

Il sanguinoso “venerdì 13” della capitale francese costringe l’occidente a cambiare le regole del gioco. Ci sarà qualche limitazione delle libertà individuali - poca cosa se pensiamo a quanto avvenuto negli Stati Uniti dopo l’11 settembre - ci saranno importanti update in quelli che sono i punti cruciali della strategia contro il terrorismo islamico e di una guerra “asimmetrica” che dura ormai da 15 lunghi anni: i rapporti con i regimi arabi (in primis l’Arabia Saudita) e l’Iran, quelli con la nuova Russia espansionista di Putin, le politiche di un Europa che è sempre meno “unione” su temi quali l’immigrazione, i profughi, le libertà culturali e religiose.

Un primo positivo segnale arriva dal (non previsto) faccia a faccia tra Obama e Putin in Turchia (ai margini del G-20). Non sappiamo esattamente cosa si siano detti i due leader in un incontro durato circa mezzora, è probabile - come fanno filtrare “fonti anonime” della Casa Bianca ai media Usa - che oltre alla risposta militare si sia parlato anche del futuro della Siria in un dopo-Assad che anche Putin sembra avere ormai accettato. L’abbattimento (con strage di duecento persone) dell’aereo commerciale russo sul Sinai sembra avere convinto anche l’uomo forte di Mosca sulla necessità di un qualche tipo di accordo contro il comune nemico jihadista.

Quella che resta ancora troppo silente è l’Europa. Per ora, oltre le solite parole di circostanza i leader dell’Unione non sono andati, né hanno fatto di meglio i politici delle varie e diverse opposizioni che eccellono in roboanti dichiarazioni da “crociati” destinate certamente ad acchiappare voti, ma che non offrono alcuna soluzione ai problemi. La Francia di Hollande - al di là di tanti monumenti e selfie tricolori - viene lasciata sola. Con i suoi sei milioni di musulmani, con le sue banlieu che offrono terreno di coltura per jihadisti e kamikaze, con i suoi caccia impegnati in Siria (e in Mali) e con i suoi morti da piangere: una lunga scia di sangue che parte da Charlie Hebdo e dal supermercato kosher e che arriva al Bataclan, ai ristoranti della movida parigina e allo “Stade de France”.

Hollande non va lasciato solo, perché la guerra che il presidente francese ha dovuto dichiarare allo Stato islamico è una guerra che interessa e coinvolge l’insieme dell’Europa (oltre gli Usa). Gli islamo-fascisti ci fanno sapere che altre capitali (compresa Roma) del Vecchio Continente sono nel mirino. Tocca ai nostri leader - parola che mai come oggi sembra troppo grossa per i nostri governanti - trovare la risposta giusta sia sul piano militare che su quello politico, sociale e culturale. Subito, prima che sia troppo tardi.

@alfloresd

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