Vecchioni: anche nel dolore trovo il modo di essere felice
GIAN PAOLO POLESINI. Inaspettatamente sfora la lezione del prof intervistato sul suo ultimo libro, e si smarca dai temi del programma letterario, scivolando nella vita vera, che poi - se vogliamo - è...
GIAN PAOLO POLESINI. Inaspettatamente sfora la lezione del prof intervistato sul suo ultimo libro, e si smarca dai temi del programma letterario, scivolando nella vita vera, che poi - se vogliamo - è la materia manipolata dai romanzi. Vecchioni non usa i filtri dei famosi, che dicono senza dire perché il disegno strategico della gloria impone l’equivocità. Nemmeno per sogno, lui apre il cuore e denuncia una «Vita meravigliosa nel dolore». Siamo qui di fronte al Vecchioni scrittore, stavolta, che le sue settantamila copie le ha vendute, seppure - ammette - con le iniziali ritrosie della Einaudi. «I greci non funzionano più, però tu sei tu e lo facciamo lo stesso ’sto libro».
Il mercante di luce svela un padre e un figlio. Il padre «sono più o meno io», dice. È un insegnante, infatti; il figlio è malato di progeria, una maledizione che accelera lo scorrere del tempo e condanna a una vecchiaia precoce. Marco ha 17 anni e si fa avvolgere dai racconti paterni grondanti di poesia greca che riassumono i grandi gesti e provocheranno in loro l’energia per combattere il buio con il chiarore della Storia originale.
«Il mio ragazzo ha davvero la sclerosi multipla e con lui mi sono incamminato per dare una frustata al destino tragico. Forse voi non ci crederete, eppure lo scopo ultimo di questa fatica è la felicità, mica la tristezza. La nostra esistenza è intrisa di bellezza al di là delle piccole brutture sulle quali franiamo. A mio figlio è piaciuto, a me pure, rileggendolo. Pensate, sono cinquant’anni che giro attorno a un dialogo familiare di tale sostanza e foggia e non avevo mai preso la rincorsa giusta per cominciarlo. L’ho aggredito dalla fine, è servito, e in un mese me lo sono ritrovato sul tavolo. Mi stava aspettando, credo».
Vien facile entrare, con devozione massima, nella Grecia di Sofocle, Euripide, Omero, Saffo, Anacreonte. Vecchioni gonfia il petto, non aspettava altro che un metaforico accordo di do per immergersi nella fonte delle fonti. «Il rapporto fra l’uomo e l’esistere è avvinghiato alle parole della tragedia greca; il resto, scoperto poi, è solamente un ripasso della dissertazione d’origine. Da laggiù risalgono le radici del nostro pensiero, a fianco del mito - la fantasia più alta - e della ragione. Loro ci insegnarono ad attendere, a tentare di capire, a dubitare. Per questo dovremmo abbassare il capo davanti alla Grecia di oggi, nonostante tutto. Gramsci diceva: “Non apprendiamo il greco per parlarlo bene, bensì per imparare a studiare”».
Be’, maestro, va bene l’onore e la riconoscenza eterni, però il popolo del 2015, forse, quell’insegnamento se l’è scordato e di brutto, anche. «Non ci crederà, eppure il 25 per cento della gente scende lungo alberi genealogici che affondano proprio nella culla dell’umanità, distanziando così i romani con un misero uno per cento».
Non possiamo limitarci alla sopportazione, il combattimento è un atto necessario. Scarseggiano le armi, quelle in uso sono spuntate e la gioventù sventra arsenali vecchi e arrugginiti. «Mah, credo ancora nella scuola. Sarò un romantico, cosa vuole che le dica. Se la famiglia è unita ce la possono fare. Non ha importanza se è governata da due uomini o da due donne, alla fine se la volontà è forte si riesce a eliminare pure le basilari presenze femminile e maschile dove mancano. Guardi, mia figlia convive con una donna e l’armonia accorcia qualunque distanza».
Ci sarà, presumiamo, battaglia fra il Vecchioni scrittore e il Vecchioni cantautore. Lui nega. «Da quando composi la prima canzone individuai nel gesto una passione di tale energia e di tale vigore che me la ritrovo ancora addosso a 72 anni, fresca come l’avessi appena scartata dal cellophane. Cantare è la vita e non la vita è cantare come disse una ragazzotta in coda ai provini di X Factor, con probabilmente trenta secondi di cosa da dire. Continuerò a scrivere e dentro la memoria di un computer c’è la traccia di un racconto nuovo dedicato ai figli. La musica aspetterà. Almeno un altro annetto. E sarà macchiata di rock».
Il professore rilascia l’ultimo sorriso e, come in un film, prima della dissolvenza svela una oscura parte di sè: «Mi asportarono mezzo polmone, sopravvivo senza un rene e il cuore fa le bizze. Non mi lamento. E trovo sempre il modo di essere felice».

