Veronica morta in ospedale: la Asl tratta per il risarcimento

10 Novembre 2021

L’Azienda sanitaria chiamata come responsabile civile. Udienza il 21 dicembre sul danno da 5 milioni Ma i familiari della 33enne vanno avanti. Il legale: «I miei assistiti cercano innanzitutto giustizia»

MONTESILVANO. «È stato concesso dal giudice un breve rinvio al 21 dicembre prossimo per consentire alla Asl di Pescara, chiamata a costituirsi oggi come responsabile civile, di avviare una trattativa per il risarcimento del danno. Ma ho già anticipato al giudice che i miei assistiti cercano giustizia per Veronica più che un risarcimento».
Queste le parole dell’avvocato Anthony Aliano che nel procedimento penale per la morte di Veronica Costantini, rappresenta le parti civili, e quindi l’intera famiglia della giovane madre di due figli che a 33 anni morì in ospedale. A rischiare il processo sono tre medici dell’ospedale di Pescara accusati di concorso in omicidio colposo: sono il dirigente di Malattie infettive, Giulio Colella, il dirigente medico del servizio Psichiatria, Annamaria Pace, e il responsabile dello stesso servizio, Antonio D’Incecco. Sono i tre professionisti che il pm Andrea Papalia ha individuato come presunti responsabili per quella morte.
Nella precedente udienza davanti al gup, Francesco Cingolani, era stata proprio la parte civile a chiamare in causa la Asl come responsabile civile per il risarcimento del danno, quantificato in circa 5 milioni di euro. E se la trattativa che vuole portare avanti l’Azienda sanitaria con i familiari della vittima dovesse andare a buon fine, vorrebbe dire che le parti civili escono fuori da un eventuale processo a carico dei medici: ed è questo che i familiari non vogliono, stando almeno a quanto sostiene il loro legale. La povera Veronica morì a causa di un edema cerebrale massivo, provocato da una encefalite derivante da herpes. Una patologia grave, ma che se affrontata con le terapie adatte, forse non avrebbe portato alla morte di Veronica. Purtroppo, stando all’accusa, quei sintomi non vennero tempestivamente individuati e addirittura scambiati per problemi psichici e la paziente venne quindi ricoverata nel reparto di psichiatria dove entrò in coma prima di essere poi trasferita nel reparto di Rianimazione dove morì.
Veronica accusò quei sintomi il primo aprile del 2019 (morì il 6 aprile) e venne trasportata in ospedale, ma nella stessa notte venne dimessa. Il 3 aprile nuovo ricovero a causa del peggioramento delle sue condizioni. Poi il coma e la morte. La consulenza che il pm affidò al medico legale Cristian D’Ovidio e all’infettivologo Pierluigi Viale, parla senza mezzi termini di «criticità sia di natura organizzativa della struttura nella gestione di un caso complesso e dalle caratteristiche multidisciplinari, sia dell’operato dei sanitari intervenuti». Secondo gli esperti della procura, «al difetto organizzativo emerso si sono sommate singole condotte dei sanitari intervenuti, con particolare riferimento al consulente infettivologo e ai sanitari di psichiatria». Insomma, i medici avrebbero comunque dovuto sottoporre la paziente ad accertamenti specifici che «avrebbero consentito, con elevato grado di credibilità razionale, di raggiungere una diagnosi e di instaurare una corretta terapia che avrebbe concesso buone chances di guarigione e sopravvivenza a Veronica, nonostante l’encefalite erpetica rimanga una condizione clinica grave».