Violenza sessuale, chiesti 4 anni per l’ex dirigente comunale

28 Gennaio 2020

Costantino Di Donato è accusato di aver abusato nel suo ufficio di una donna in cerca di lavoro  Il fatto risale al 2016 quando intervennero il sindaco Maragno e i vigili urbani. Sentenza il 25 febbraio

MONTESILVANO. Quattro anni e quattro mesi di reclusione. Questa la pena che ieri mattina, al termine della sua requisitoria, il pm Andrea Papalia ha chiesto per l’ex dirigente del Comune di Montesilvano, Costantino Di Donato, accusato di violenza sessuale nei confronti di una donna straniera. La sentenza verrà emessa il 25 febbraio prossimo in quanto il collegio, dopo l'arringa della difesa che ha chiesto l’assoluzione, anche se con la formula dubitativa, ha rinviato per eventuali repliche.
L’ex dirigente, poi licenziato dall’amministrazione di Montesilvano (la causa di lavoro è ancora in corso) quella mattina di sabato del 13 febbraio 2016, e quindi con gli uffici chiusi, aveva portato la donna nel suo ufficio con la promessa di un lavoro. «La responsabilità dell'imputato», ha detto il pm, «è stata pienamente provata. La prova principe è proprio la dichiarazione della parte offesa che ha riferito con estrema genuinità il fatto accaduto. L’imputato indusse la parte offesa a recarsi da lui con il pretesto di un lavoro.
Quando intervengono sindaco e polizia municipale, la situazione era chiara: la condizione fisica dell’imputato agitato, la cinta dei pantaloni slacciata, tutto era coerente con il racconto della vittima e con la rabbia del Di Donato per essere stato scoperto dal sindaco e dalla polizia municipale». E questo sarà poi uno degli elementi su cui batterà la difesa: l’acredine che c’era tra sindaco e dirigente. «Forse qualche dissapore con il sindaco c'era», ha aggiunto il pm, «ma non stiamo qui per giudicare questo. E poi quel gesto fatto dall’imputato alla donna davanti ai carabinieri: il gesto di tagliare la gola, non può che avere il senso di una intimidazione». L’accusa ha poi evidenziato l’incapacità dell’imputato di comprendere la gravità del fatto, e per questo ha chiesto le attenuanti, «ma non per la tenuità del fatto», ha concluso Papalia, «perché quell’abuso è stato interrotto e quindi poteva proseguire. Un episodio antipatico, odioso e violento, fatto peraltro all’interno di una struttura pubblica».
La parte civile, che ha presentato una memoria con la richiesta di 50 mila euro per il risarcimento del danno, si è associata alla pubblica accusa. La difesa, sostenuta ieri dall’avvocatessa Luisa Gabriele, ha cercato di dare una lettura diversa di tutto l’accaduto, evidenziando il rapporto logorato tra l’imputato e il sindaco dell’epoca, Francesco Maragno, che durante il processo rese una precisa testimonianza. «Maragno voleva colpire nel segno», ha detto la difesa. «Disse in aula che era stato allertato da qualcuno della scuola di musica adiacente la stanza dell’imputato, ma da lì è impossibile vedere cosa accade dentro l'ufficio».
E anche sul come Di Donato si presentò davanti alla porta del suo ufficio quando entrarono i testimoni, l’avvocatessa ha detto: «Non è vero che aveva la cerniera slacciata e i pantaloni scesi, ma soltanto la cintura fuori posto». «E poi la parte offesa non ha mai detto di essere turbata e spaventata ed è solo Maragno che afferma di aver visto la donna imbarazzata che si stava ricomponendo nel vestiario, dopo il suo ingresso nella stanza di Di Donato».
La parte offesa, testimoniando, aveva detto di aver incontrato Di Donato in un bar in centro: «Mi disse che gli serviva una interprete e di portargli i documenti per fare il contratto nel suo ufficio».
E lì, stando all’accusa, la donna sarebbe stata presa per i fianchi dall’imputato che cercò «di farla sedere sulle sue gambe e, di fronte alla resistenza della donna, tenendola con forza per le braccia, baciandola sulle labbra contro la sua volontà e palpeggiandole il seno e le gambe, avrebbe costretto la donna a subire atti sessuali». Il 25 febbraio la sentenza.
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