Vita da ricchi, ma reddito zero: tolti i beni

Sotto accusa coppia di rom senza un impiego: confiscati casa, auto e soldi. «I guadagni frutto di rapine, furti e spaccio»
PESCARA. Una casa acquistata in via Gizio, a Rancitelli, e intestata a un bambino di 5 anni, poi una macchina comprata in contanti e un libretto postale con quasi 40mila euro. Troppo per una coppia di rom senza un lavoro e senza redditi ma con una sfilza di precedenti penali che si allunga per oltre vent’anni: un curriculum criminale che si apre negli anni ’80 e si dipana tra rapine, furti e spaccio di droga. Per questo ora scatta la confisca di tutti beni: a deciderlo è la sesta sezione penale della Corte di Cassazione, presieduta da Anna Petruzzellis.
Davanti ai giudici della Cassazione, moglie e marito hanno tentato di dimostrare «l’esistenza di fonti finanziarie idonee a giustificare» quel tenore di vita da ricchi e cioè «lavoro nero, regali di matrimonio, investimenti e proventi di un risarcimento del danno». Ma l’ultima sentenza, che dispone il passaggio dei beni allo Stato, dice che i soldi della coppia sono frutto di reati: due condanne per rapina nel 1988 e 1994, quattro condanne per furto nel 1984, 1988, 1989 e 1995, affari di spaccio di droga dal 2002 in poi.
Per i giudici, quella coppia – 63 anni lui e 59 lei – ha i connotati della «pericolosità sociale». Così è stato almeno «al momento dell’accrescimento patrimoniale, in quanto coevo alla commissione dei reati». La sentenza parla di «numerosi reati a partire dagli anni ’80» e descrive «uno stile di vita contrassegnato da plurimi delitti contro il patrimonio e in materia di traffico illecito di sostanze stupefacenti». E poi un elemento determinante: «L’assenza di redditi di alcun tipo in costanza degli acquisti dei beni oggetto di confisca». Secondo la Cassazione, è «impossibile» che i coniugi «potessero far fronte con risorse economiche lecite all’acquisto dei beni»: non può reggere, dice la sentenza, la tesi dei regali dei parenti. Non è così per la difesa che ha tentato di cavalcare l’onda di due criminali improvvisati, maldestri e incapaci: alcuni reati, dice il ricorso, sarebbero stati messi a segno «senza conseguire alcun profitto» mentre, per altri episodi, «in ordine ai quali non è noto l’ammontare del profitto, sono stati tra l’altro commessi in concorso, circostanza che implica la necessità di suddividere il profitto illecito con i concorrenti». Quindi, dice ancora la difesa, sarebbe «assente la prova che i beni siano stati acquistati con il denaro frutto di pregresse attività criminose, anche in ragione della episodicità e vetustà dei fatti di reato contestati». Tutto il contrario per la Cassazione che bolla il ricorso come «inammissibile sotto plurimi profili»: ora i coniugi dovranno pagare tremila euro alla Cassa delle ammende.

