È la festa di d’Annunzio: 160 anni fa nasceva il pescarese più illustre

Scrittore, soldato e poeta: «Questa città è la mia piccola patria» Ecco le lettere e i messaggi per la madre custoditi alla Casa natale
PESCARA. Il 12 marzo del 1863 era un giovedì. Quel giorno di 160 anni fa nacque il pescarese più noto di tutti i tempi, Gabriele d’Annunzio. Scrittore, soldato, poeta, aviatore e comandante, vate. E oggi c’è chi azzarda che d’Annunzio sarebbe un influencer con milioni di follower, hashtag “memento audere semper” e cioè “ricordati di osare sempre”.
I PRIMI PASSI D’Annunzio venne alla luce nella casa di famiglia in corso Manthoné, la zona che adesso è battuta dalla movida ogni fine settimana: il padre si chiamava Francesco Paolo Rapagnetta d’Annunzio; la madre, Luisa De Benedictis, per tutti donna Luisetta. D’Annunzio era il terzo di 5 figli. Anche se all’età di 11 anni non aveva ancora inventato un’altra delle sue frasi più apprezzate – “Ama il tuo sogno seppur ti tormenta” – d’Annunzio lasciò Pescara con il sogno-certezza che sarebbe diventato qualcuno e andò a studiare in un rinomato collegio pratese, il Reale Collegio Cicognini: la sua famiglia ci credeva che “Gabriellino” avrebbe fatto successo. E già in quegli anni d’Annunzio scoprì quanto fosse forte la sua attitudine a primeggiare tra i compagni di scuola: «Ero diventato ormai consapevole del mio potere, sapevo ormai di poter trascinare in qualunque luogo, in qualunque ora, tutta la mia compagnia alle più folli insubordinazioni».
MAMMA PESCARA Lontano da Pescara, d’Annunzio pensava alla sua mamma e alla sua casa: «Le mura di Pescara, l’arco di mattone, la chiesa screpolata, la piazza coi suoi alberi patiti, l’angolo della mia casa negletta. È la piccola patria», sono le parole affidate al “Notturno”. Il Vate amava la sua casa talmente tanto da sollecitare il Duce a dichiararla monumento nazionale: Mussolini, stregato dal carisma del Vate, firmò il decreto nel 1927. Da allora l’edificio fu assicurato alla tutela dello Stato.
TRE GRADINI L’atmosfera di quella casa è ricorrente nel “Notturno”. Anche quando parla di tre semplici gradini, quelli che portano alla camera da letto dei genitori: «Tre gradini salgono alla quinta stanza, come tre gradini d’altare. È piena d’ombra, sotto la volta arcuata. Rimbomba. Il cuore batte le mura con l’urto cieco del destino. Il vasto letto la occupa, dove fui concepito e generato. Credo di udire dentro di me le grida di mia madre che, quando nacqui, non penetrarono le mie orecchie sigillate».
AFFETTI PESCARESI Per d’Annunzio, Pescara – dal 2009 Città dannunziana per decisione dell’allora sindaco Luigi Albore Mascia, scelta poi rinnegata dal centrosinistra di Marco Alessandrini e poi ristabilita con il centrodestra di Carlo Masci – era la terra degli affetti che custodiva la mamma. Nel museo casa natale, diretto da Nadia Castelnuovo, sono conservate in una teca di vetro le lettere che d’Annunzio scrisse alla madre. Sono lettere che raccontano l’opposto di un superuomo, un figlio amorevole anche se volutamente lontano, un d’Annunzio che si fa piccolo davanti all’immagine di donna Luisetta: «Cara cara mamma come stai? Che fai? Io divento nero come un capro, sotto questa canicola; e fra poco ti scriverò sopra un pezzo di mia pelle. Dammi notizie tue. Scrivimi un rigo», scrisse l’11 luglio del 1904 da Marina di Pisa, «fra giorni avrò il rendiconto della Figlia, che spero non infelice. Il 19 martedì andrò a Bologna per la prima rappresentazione. Se potessi volare per rivederti! Mille e mille baci dal tuo Gabriele». Il 2 giugno 1905, da Firenze, un’altra lettera alla mamma: «Appena sarò tranquillo, verrò. E mi parrà veramente di rivivere. Penso a te, pensiamo a te. Se il tuo cuore è con noi, la salvezza è certa. Ti abbracciamo con tutta l’anima. Il tuo tuo tuo Gabriele».
LONTANO DAL CUORE Pescara era la casa della vita per d’Annunzio. Sarà anche per questo che il Vate morì lontano da Pescara: il 1° marzo del 1938 fu colto da un malore improvviso, un’emorragia cerebrale, che non gli lasciò scampo all’età di 75 anni, mentre si trovava al Vittoriale, nella sua stanza, tra il letto e la poltrona. Nessun delitto, nessun suicidio, nessun complotto, quella di d’Annunzio fu una morte naturale. «Eroe italico e altissimo poeta nell’eternità gloriosa», così lo salutò il Corriere della Sera.
IL SINDACO «D’Annunzio, dopo Dante, è la figura più universalmente nota della letteratura italiana. Ha segnato profondamente la poesia, la letteratura e le vicende storiche e politiche dell’Italia», dice il sindaco Carlo Masci, «il Vate, portavoce della pescaresità, simbolo della sua storia, dalla tradizione alla modernità, testimone di un’identità e di un modo di essere con un forte richiamo culturale della propria terra e di una vocazione internazionale. Pescara è stata internata nei suoi scritti e nei suoi pensieri, in quel suo modo originale di sentirsi pescarese, abruzzese, italiano ed europeo».
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