È morto Pino “Banana” coniò il detto “nu sem nu”

PESCARA. «Nu sem nu», ripeteva agli amici Pino “Banana”, pescarese scomparso pochi giorni fa, a 65 anni. Nel 1977, quella frase a lui attribuita e divenuta celebre in città durante i Giochi del...
PESCARA. «Nu sem nu», ripeteva agli amici Pino “Banana”, pescarese scomparso pochi giorni fa, a 65 anni. Nel 1977, quella frase a lui attribuita e divenuta celebre in città durante i Giochi del Mediterraneo 2009, campeggiava sui muretti del Lido, sulla riviera con l’orologio fiorito. Pino “Banana” si chiamava Giuseppe D'Angelo, era nato nella zona dell'ospedale, ma il suo nome vero sono in pochi a ricordarlo. Tutti lo conoscevano come Pino Banana e se ne è andato in silenzio, lui che era il mattatore, il simpatico “disturbatore” delle serate pescaresi anni ’70-’80. Con gli amici più cari non si faceva mancare un panino allo Stivalino o alla cantina di Palmerino in via Piave, per poi gettarsi nei faticosi allenamenti del Pescara rugby al campo Rampigna o all’antistadio. Tanti i messaggi d’addio sui social. Lorenzo Di Santo, che Banana chiamava “Gigummò”, rivela che sì, fu lui a inventarsi il motto “nu sem nu”: «Lo affermo», scrive Di Santo, «per esserne stato testimone diretto nelle lunghe nottate attorno al fuoco in spiaggia al Lido. Non è una leggenda ma la verità storica: fu Pino Banana, vulcanico personaggio, a coniare quella frase» resa celebre dal patron dei Giochi, Amar Addadi, che la pronunciò durante l'evento 11 anni fa. Ne è testimone anche Maurizio Acerbo: «Oggi a Pescara l'espressione “nu sem nu” è di uso comune. La leggenda e la storia raccontano che fu lui a coniare la frase che divenne un motto per le generazioni alternative prima freak poi tutto il resto che negli anni ’70 e ’80 si riunivano tra le palme di Asso 5 e il Lido. «Nù sem nù! e quand la giente pass dic: esse quiss». Dell'amico Banana dalle mille vite, da imbianchino a portantino, Acerbo traccia un ricordo appassionato: «Era un artista underground. Aveva la faccia di Pasolini, una vitalità performativa inesauribile, una cultura enciclopedica da cui tirava fuori versi e citazioni fulminanti, mille storie e esperienze alle spalle. Era marinaio, operaio, proletario, ballerino, inventore di espressioni linguistiche, poeta. Per risplendere devi bruciare, diceva il poeta. E lui tra le fiamme si è sempre gettato, impavido. Paolo Pablo Sax Sponsilli trasformò Pino in un’opera d'arte, quale era, esponendolo in un festival con una performance di eterna verità punk: “Senza soldi nin set nisciun, vi li dic stu fess”".
Il regista pescarese Claudio Di Scanno, fondatore del Drammateatro a Popoli, rivela: «Lo chiamavamo banana perché era piccolo di statura e sgusciante. Giocavamo con la Pescara rugby dell’allenatore Roberto Cinelli. Con noi anche Pino Ciolli, Angelo Cavarocchi e Nunzio Protano, ci allenavamo al Rampigna e all'antistadio. Erano gli anni Settanta, avevamo 16, 17, 18 anni. Eravamo anche scout all'Agesci dello Spirito Santo. «In tasca», ricorda ancora Di Scanno, «infilavamo Il Manifesto e la sera, dopo il ping pong del pomeriggio nella sede del Pescara rugby vicino al Circus, andavamo allo Stivalino o alla pizzeria Dreher in corso Vittorio. E poi ci dividevamo politicamente le palme, quella di “destra” dove si fermava la nostra comitiva sotto il palazzo Arlecchino e quella della “sinistra”, oltre corso Umberto che all'epoca tagliava in due piazza Salotto e arrivava fino al mare. Non c’era ancora l'Elefante. Pino», conclude il regista, «era l'elemento perturbante, trasgressivo, ma aperto e generoso nelle dinamiche sociali. Faceva mille cose per vivere, rifiutava il lavoro di stampo impiegatizioo. Era un idealista, estroso e sognatore. Ci mancherà».

