«È un marito e padre padrone»: imprenditore finisce a processo

Il 37enne è accusato di maltrattamenti e atti persecutori nei confronti della moglie e dei tre figli Botte, violenze psicologiche e insulti quotidiani. «È già tanto che non ti ho ucciso», la minacciava
MONTESILVANO. «Un marito e padre padrone». Così il pm Marina Tommolini descrive un imprenditore di Montesilvano di 37 anni accusato di maltrattamenti e atti persecutori nei confronti della moglie e dei tre figli minorenni. Il giudice del tribunale di Pescara Fabrizio Cingolani ha accolto la richiesta di giudizio immediato, fissando la prima udienza del processo al prossimo 3 ottobre. L’imputato, sottoposto alla misura del «divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa», difeso dagli avvocati Augusto La Morgia e Giovanni Anzivino, ha quindici giorni di tempo per chiedere l’abbreviato oppure il patteggiamento. La vittima, assistita dall’avvocato Roberto Di Loreto, potrà costituirsi parte civile.
GLI INSULTI E LE BOTTE
L’imprenditore è accusato di aver colto ogni minima occasione per denigrare la consorte, mortificandola, dandole della pazza e convincendola di essere «una incapace in tutto». La donna – sola, senza il sostegno della propria famiglia di origine e priva di mezzi economici – ha subito passivamente le violenze psicologiche alle quali era sottoposta quotidianamente, sfociate anche in aggressioni fisiche certificate da un medico, arrivando persino a credere che il coniuge avesse ragione. «L’atteggiamento nervoso e aggressivo dell’imputato, insofferente agli impegni familiari, si riversava spesso anche contro i tre figli», ricostruisce il pm, «fatti oggetto di insulti dello stesso tenore di quelli usati contro la moglie e, soprattutto, di percosse».
LE FOTO E LE REGISTRAZIONI
La donna, quando poteva ed era presente agli episodi, ha cominciato a registrare quelle sfuriate scattando anche foto ai piccoli, in modo tale «da precostituirsi una prova e non passare da visionaria come il marito sosteneva». Dopo che l’imprenditore, nell’aprile del 2020, ha deciso di abbandonare il tetto coniugale, presentando poi anche ricorso per separazione giudiziale, la situazione non è migliorata. L’uomo, infatti, ha cominciato a inviarle messaggi denigratori e minacciosi. «È già tanto che non ti ho ucciso», ha scritto, in dialetto, in uno di questi.
le sfuriate
Non solo: il 37enne era a conoscenza di ogni minimo spostamento della moglie, acquisendo informazioni sia tramite il sistema di videosorveglianza presente all’ingresso dell’abitazione, sia contattando i propri familiari, che abitano nella stessa palazzina e nelle vicinanze, sia attraverso il gps installato sull’auto in uso a lui e alla coniuge. In più occasione l’ha privata all’improvviso del veicolo in questione, portandolo via e lasciandola a piedi, «arrivando persino a rompere con una mola l’antifurto bloccasterzo applicato dalla donna per cautelarsi». Come se non bastasse, l’imprenditore andava anche in escandescenze per motivi banali. Lo scorso 4 marzo, ad esempio, davanti alla porta dell’abitazione coniugale, nonostante la presenza dei bambini, urlava e dava calci e pugni soltanto per poter ottenere dalla moglie il telefono che la figlia aveva lasciato a casa. In questo modo, secondo l’accusa, l’imputato ha fatto sentire la donna controllata e perseguitata, obbligandola a vivere «nella costante paura di uscire e di ricevere “visite” improvvise e aggressive».

