Acori condanna L’Aquila

29 Maggio 2016

Il grande ex salva il Rimini e rimanda i rossoblù nell’inferno della serie D

INVIATO A RIMINI. Ci mancava anche questa. Che a sprofondare di nuovo L’Aquila nell’inferno dei dilettanti fosse proprio quel Super Leo che giusto 24 anni fa provò a regalare ai rossoblù un ritorno tra i professionisti per cui non bastò nemmeno vincere un campionato.

Carnefice dell’Aquila, che dopo sei stagioni consecutive torna in serie D, Leo Acori tecnico del Rimini vince la sfida a distanza col “richiamato” Perrone e salva i suoi al culmine di una stagione a dire poco tormentata, tra collette di tifosi, diverbi col presidente e squadra a rischio di cancellazione per una crisi societaria senza fine. Tormenti, questi sì, che danno la carica ai biancorossi (e meno male che correvano poco...). E tormenti, quelli aquilani, tra calcioscommesse, penalizzazioni, restituzioni di punti, cambio di allenatore a quattro giornate dalla fine, ritorni di fiamma, fino alla disfatta finale, che condannano senza appello tutti, dal primo all’ultimo, gli attori principali di questa tragicomica stagione che ancora dovrà riservare altre sorprese.

Il 3-1 che punisce L’Aquila è la sintesi, brutale ma efficace, di tutto quello che doveva essere e non è stato. I guai dell’Aquila (e guai a dire, a stagione in corso, che c’erano guai, e grossi, si sarebbe disturbato il manovratore) invece di galvanizzare il gruppo e l’ambiente diventano una zavorra che spinge tutti a fondo: società, dirigenti, calciatori. Gli oltre 500 aquilani che passano il Rubicone armati di tanta buona volontà alla fine rimarranno delusi. Delusi, ma applauditi dai riminesi. E ora deve aprirsi, per forza, la stagione dei processi, che qualcuno vorrebbe mandare subito in prescrizione breve appellandosi alla parola buona per tutte le stagioni in cui si sbaglia tutto e si viene retrocessi: ripescaggio. Materia buona sotto l’ombrellone o come argomento da arrostata a Campotosto, ma non può finire sempre tutto senza colpevoli.

La sfida decisiva, quella da vincere per forza, L’Aquila di fatto rinuncia a giocarla. A fine gara qualcuno cerca invano quel dirigente che disse: “Non bisogna pensare per forza a vincere la prima gara, c’è anche l’altra”. Non lo troveranno, per ora. Nei primi venti minuti di gioco più Rimini che L’Aquila. Super Leo si è fatto dare una mano da un prepatore atletico di B. E il crollo del secondo tempo del Rimini stavolta non si vede. Anzi. Romagnoli sempre più coraggiosi col passare dei minuti, L’Aquila compassata e rintanata dietro, con pochi movimenti in attacco (dove Andrea Mancini prende il posto di Perna) e poca qualità, si fa dominare dalla grande paura del risultato pieno a tutti i costi.

Clamorosa occasione dei padroni di casa per passare al 17’, quando una galoppata sulla fascia sinistra di Varutti vede sbagliare clamorosamente lisciando il pallone davanti alla porta sia Albertini sia Carcuro. Andrea Mancini, come all’andata, dal fondo mette dentro un pallone che attraversa tutta l’area al 24’, senza che nessuno trovi la deviazione in porta, unica risposta rossoblù al monologo locale. Ligorio, l’uomo gol dell’andata, si fa male e lascia il campo a Bruno. Poche iniziative fino alla mezz’ora del primo tempo, il Rimini sembra averne di più. Occasionissima di Polidori al 34’ con il pallone che sbatte sul palo e poi il portiere Scotti (altro ex) allontana dalla porta e subito dopo ancora Scotti respinge una botta dalla distanza. Il portiere del Rimini è inoperoso. Al 38’ Triarico si libera bene e dai venti metri lascia partire una conclusione che si spegne di poco a lato. Seguono timide proteste rossoblù quando una conclusione di Manuel Mancini viene smorzata in piena area: per l’arbitro è un fatto di testa e si va avanti. La frittata arriva al 45’. Scotti esce a valanga su Polidori e becca rigore ed espulsione: in porta va Savelloni (esce Andrea Mancini) che si fa spiazzare da Mancino. Una mazzata incredibile.

Nei primi 10’ della ripresa ci prova un paio di volte De Sousa, ma senza efficacia. Il pallino è dei romagnoli, L’Aquila fa fatica a spostare il pallone, che sembra di piombo. L’Aquila si sbraca e ne prende altri due: Polidori e ancora Mancino, e in mezzo il gol della bandiera di Mancini. Troppo tardi. Saltano i nervi anche a Maccarrone, Perrone e al preparatore Notarmuzi. C’è da capirlo. Quelli del Rimini, quelli che non correvano più, adesso, mezzi nudi, fanno il giro del campo.

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