Addio ad Azeglio Vicini il ct dei Mondiali ’90

Aveva 84 anni. Con lui l’Italia arrivò terza perdendo ai rigori la semifinale contro l’Argentina di Maradona. Totò Schillaci: «Se ne va una parte di me»
ROMA . Per andarsene ha scelto i giorni della merla, i più freddi dell'anno, lui che, con una Nazionale tutta cuore, orgoglio, freschezza e passione, aveva scaldato i cuori di milioni di italiani che, mai come allora (unico precedente a Messico '70), si legarono ai colori azzurri. Erano i giorni di Italia '90, quelli delle “notte magiche” cantate da Edoardo Bennato e Gianna Nannini, delle suggestive, colorate e fragorose serate romane che Venditti, in un brano azzeccatissimo definì di «musica e fotografia». Invece, quelle furono serate di calcio. E di trionfi annunciati. Forse troppo. Azeglio Vicini, nato e Cesena il 20 marzo 1933 e morto ieri notte a Brescia, dove viveva da 50 anni, entra nella storia come il ct dal volto umano, dai modi garbati e gentili, dagli indiscussi meriti: primo fra tutti quello di avere ricostruito una Nazionale uscita con le ossa rotte dal Mondiale dell'86 in Messico. Prima di sedersi sulla panchina della Nazionale maggiore allenò pure l'Under 21 sfiorando la conquista dell'Europeo di categoria nel 1986, dove si arrese ai rigori alla Spagna del paratutto Ablanedo. I tiri dal dischetto gli hanno negato uno e forse due trofei, con i quali sarebbe diventato l'allenatore azzurro più vincente dopo l'alpino Vittorio Pozzo. Sempre ai rigori, a Italia '90, in un San Paolo di Napoli diviso dalle parole di Maradona alla vigilia («...l'Italia pensa al sud solo nei momenti del bisogno»), alla squadra di Vicini venne negata la finale di Roma contro la Germania. Caniggia replicò a Schillaci e, dal dischetto, Sergio Goycoechea ipnotizzò prima Donadoni, poi Serena. Addio Mondiali, che si sarebbero chiusi fra rabbia, disperazione e rammarico, ma soprattutto con la consapevolezza di una superiorità inespressa. Un'occasione unica. Quella delusione segnò Vicini e anche il suo futuro sulla panchina azzurra. Il suo merito principale fu quello di avere contribuito a valorizzare calciatori di altissimo livello: Vialli (ma in azzurro esordì grazie a Bearzot), Mancini, Donadoni, Ancelotti, Baresi, Bergomi, Zenga, Maldini, Roberto Baggio, Schillaci, sono stati lanciati proprio dal mite Azeglio. Ieri tutti lo hanno ricordato con un pensiero, in primis Schillaci. «Per me è un giorno tristissimo, perché è morta una persona che mi ha regalato popolarità e notorietà. Con lui va via una parte di me»
Vicini lasciò la panchina azzurra a Sacchi, dopo avere fallito la qualificazione all'Europeo del 1992, vinto dalla Danimarca in Svezia. Se n'è andato in silenzio, il mite Azeglio, era malato da tempo, e di lui rimarrà il ricordo delle tiepide notti romane, fra il ritiro azzurro di Marino e il chiasso assordante dell'Olimpico, con la voce di Pizzul in sottofondo e la “ola” tanto di moda all'epoca. Un'epoca che non torna, come certi ct.

