Addio Mancaniello, fece sognare il Chieti

Da ufficiale della Finanza a imprenditore fino all’avventura nel calcio
di ROCCO COLETTI
Per anni Mario Mancaniello ha fatto sognare Chieti, portando la squadra di calcio dalla serie D fino alla C1. Soprattutto ha lasciato un segno sul calcio abruzzese. Non soltanto con i risultati, lo ha fatto con gli investimenti e con il suo carisma. Per i tifosi è stato il patron, per tutti il “dottore”. Dal 1985 al 1997 ha fatto calcio a Chieti portando una nuova mentalità: organizzazione e stile prima di tutto. Ha rilevato il club neroverde nel 1985, in serie D, sull’orlo del baratro dall’allora presidente Barbiero, rilanciandolo subito e portandolo allo spareggio promozione del 1986, perso a Latina contro il Lanciano. La promozione in C2 è arrivata nella stagione successiva, conquistata a mani basse. Il compianto Mario Gaini, il cognato, era presidente e lui il “patron”. La struttura societaria era un chiodo fisso, la programmazione un dovere per un imprenditore che veniva dalla Finanza. Era toscano di origine, in Abruzzo è giunto nel 1969. Dal 1969 al 1971 è stato tenente della Guardia di Finanza al comando della Tenenza di Giulianova. Dal 1971 agli inizi del 1974 è stato promosso capitano alla guida della compagnia di Taranto. Nel febbraio 1974 è stato trasferito a Pescara al comando del Nucleo di polizia tributaria. Colto, intelligente e carismatico. Nel 1979 ha abbandonato le Fiamme Gialle. E proprio quell’anno ha stretto amicizia con la famiglia Benetton tramite il compianto Gino Pilota, accettando l'incarico di amministratore della Confezioni Radar Srl azienda industriale del settore abbigliamento con sede a Ortona. Gli affari sono subito decollati e da qui la volontà di investire nel calcio, una vetrina che l’ha sempre affascinato. Ha subito stravolto le abitudini del calcio dilettantistico abruzzese con idee innovative. Organizzazione societaria prima di tutto: Claudio Garzelli («la più grande soddisfazione educativa ed umana»), come dg, e Antonio Gorgoretti, per anni hanno lavorato alle sue dipendenze. Mancaniello vedeva oltre: già alla metà degli anni Ottanta aveva una visione manageriale e parlava di budget e obiettivi. E i suoi erano ambiziosi. «Nel 1985 sponsorizzai con il marchio Chieti Calcio il torneo internazionale di tennis di Firenze. Un'eresia all'epoca. Il Chieti ha avuto uno stile. Ho fatto calcio in maniera pulita e con orgoglio», ha detto in un’intervista al Centro nel 2005.
Nel tempo sono arrivati fior di giocatori. Anche le delusioni, come la sconfitta nello spareggio per la promozione in C1, a Cesena, contro la Ternana. Migliaia di tifosi in treno al Manuzzi. Il salto in C1 nel 1991, un campionato dominato. Erano tempi di investimenti e di sogni. Nel 1992 il Chieti era secondo in classifica prima di Natale, pensava alla serie B, ma si fecero male contemporaneamente De Amicis, D’Eustacchio e Consorti e, progressivamente, la squadra allenata dal compianto Ezio Volpi perse posizioni in classifica. Era l’anno di Enrico Chiesa in neroverde, la stagione dell’esplosione dell’attaccante genovese arrivato fino alla Nazionale. «La mia più grossa soddisfazione», ha sentenziato a distanza di anni. «Volpi voleva rimandarlo a Genova, alla Sampdoria. Addirittura mi proposero uno scambio con Russo della Vastese. Risposi: "Ho un grande campione e me lo voglio godere". E nel girone di ritorno (stagione 1991-92, ndr) venne fuori alla grande».
Un po’ alla volta, con i primi problemi nelle aziende di famiglia operanti nel settore tessile e dell’abbigliamento, l’impegno finanziario nel calcio è stato ridimensionato. Ma era sempre in prima linea, attento al budget e a come costruirlo, magari anche attraverso le cessioni dopo la valorizzazione dei giovani. «Baglieri, Sgherri, Cavezzi e Faieta i migliori affari: giocatori prima acquistati e poi rivenduti al doppio o al triplo»
Schietto e diretto, affatto incline al compromesso. Con i tifosi un rapporto di rispetto reciproco, qualche frizione verso la metà degli anni Novanta. Nel 1997 la decisione di lasciare il Chieti nelle mani di Pino Albergo. Poche righe in un comunicato inviato via fax nelle redazioni dei giornali per chiudere una pagina di storia del calcio teatino e abruzzese. Con il passare del tempo si è anche sganciato dalle sue aziende; negli anni si è dedicato alla famiglia, ha sofferto per la scomparsa del cognato, Mario Gaini, e ha offerto qualche consulenza, prima alla Rosetana e poi al Chieti di Bellia. Ha aiutato il nipote Paolo nell’attività professionale. Fino all’ultimo ha lottato, sempre con stile!
@roccocoletti1
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