Addio Mazzinghi, l’eterno rivale di Benvenuti

Morto a Pontedera il pugile che negli anni Sessanta duellò con l’istriano e conquistò il titolo mondiale
ROMA. Sandro Mazzinghi, morto ottantunenne ieri a Pontedera, è stato un grande pugile, ma, soprattutto, una perfetta metafora di una parte dell'Italia che fu, quella con la faccia intarsiata di rughe che si doveva sudare col sacrificio fisico (e nel suo caso anche col dolore) ogni soddisfazione. La vita lo ha contrapposto a un altro figura-prototipo di italiano, il bello, talentuoso, sfacciato e pure biondo, che a quei tempi faceva chic: insomma, Nino Benvenuti. Sono andati avanti decenni a odiarsi e fare pace, eppure sul ring si erano affrontati (nella foto) solo due volte nel 1965 per una totale di non più di un'ora. Ma per amore loro un Paese si era spaccato. Erano gli anni a cavallo tra boom e contestazione, e l'Italia si divideva non solo tra generazioni: Mazzinghi o Benvenuti, scegliere tra i rivali storici era come schierarsi per un partito al quale si sarebbe risultati iscritti a vita. E per la verità Mazzinghi e Benvenuti non hanno mai chiuso la loro querelle, e non solo perché il toscano non accettò per 50 anni un verdetto che dava la vittoria all'istriano. Mazzinghi, che comunque fu due volte campione del mondo dei superwelter ed era un guerriero del ring, come gli riconosce ora il suo rivale di sempre, visse la sua battaglia con Benvenuti combattendo anche a parole fuori dal ring. Da ragazzo, prima che sul ring, aveva dovuto 'fare a pugni’ con la sofferenza della fame vera e delle bombe che, ai tempi della guerra, cadevano sulla sua Pontedera. Gli piaceva il ciclismo, ma non potendosi permettere di comprare una bicicletta virò sulla boxe, perché già la praticava suo fratello Guido. Mamma Erminia non voleva, poi cedette strappandogli la promessa, che «sul ring e nella vita la condotta sarebbe stata sempre leale e improntata all’onestà». E fu così, anche se sul quadrato Sandro si trasformava e diventava un lottatore feroce, coraggioso fino all'eccesso, asfissiante, che incuteva paura agli avversari. «Per batterlo dovevi dare veramente qualcosa in più», dice ora Nino Benvenuti, ben consapevole che «per l'Italia dello sport eravamo come Coppi e Bartali». Delle sue doti da «guerriero» sa qualcosa il sudcoreano Ki-Soo Kim, contro il quale, davanti a 40mila spettatori a San Siro, nel maggio del 1968 Mazzinghi diede vita ad un'autentica battaglia riconquistando il titolo mondiale dei superwelter. Quella vittoria, raccontava lui orgoglioso, pacificò Pontedera, casa madre della Piaggio e quindi, in quel Sessantotto di lotte operaie e studentesche, epicentro di contestazioni a cui quel match mise il silenziatore. Al ritorno a casa Mazzinghi venne accolto da una folla in delirio. Ma le sfide più belle, da epica sportiva, furono quelle con Benvenuti. Nella prima, il 18 giugno del 1965, Sandro era avanti fino alla sesta ripresa, quando Benvenuti lo mise ko con un micidiale montante destro. Più controverso l'esito della rivincita, a Roma appena sei mesi dopo. Benvenuti fu quasi l'ombra di sè, ma per i giudici bastò per rivincere e a Mazzinghi quel verdetto non andò mai giù, tanto che per anni se la prese con «certa critica» e con il rivale. Poi tornò sul trono mondiale battendo Kim, vincendo quello che venne definito, «l'incontro di boxe più drammatico mai disputato in Italia». Racchiuso in una foto che racconta Mazzinghi, e una parte di quell'Italia, alla perfezione: il volto tumefatto di chi si deve sudare tutto col sacrificio e col dolore, il sorriso dolce di un guerriero vincente e appagato.
Piercarlo Presutti
Alessandro Castellani

