Addio Suarez, regista della Grande Inter

È morto a 88 anni uno dei protagonisti del ciclo di Herrera. I nerazzurri nel 1961 lo presero per 300 milioni dal Barcellona
MILANO. «Se non sapete cosa fare, date palla a Suarez». L'indicazione di Helenio Herrera ai giocatori dell'Inter era chiara: quando la palla scottava, doveva passare dai piedi di Luisito. L'architetto della Grande Inter vincente in Italia, in Europa e nel Mondo negli anni '60 è scomparso ieri a 88 anni, beffardamente nel giorno del compleanno di uno dei compagni che probabilmente più ha sfruttato le sue geometrie in nerazzurro, ovverosia il brasiliano Jair che ieri ha compiuto 83 anni. Giocatore di testa prima ancora che di piede, Suarez nella perfetta definizione dell'Inter è stato il «giocatore perfetto che, attraverso il suo talento, ha ispirato generazioni». Perché Luisito è stato uno dei primi registi moderni a centrocampo, nonché uno dei più grandi di sempre nel ruolo che poi è stato di big come Pirlo e Xavi, giusto per restare agli anni più recenti. Non solo, divenne anche uno dei primi grandi colpi di calciomercato. Classe 1935, Suarez esordì con il Deportivo La Coruna, squadra della sua città, prima di passare nel 1954 Barcellona, dove, con Helenio Herrera in panchina, ha conquistato due campionati spagnoli e una Coppa delle Fiere, oltre al Pallone d'oro nel 1960. Con la maglia della nazionale spagnola ha collezionato 32 presenze e segnato 14 reti partecipando appunto alla vittoriosa edizione casalinga del campionato d'Europa 1964. La sua cessione fece scalpore, perché nel 1961 passò all'Inter di Angelo Moratti che spese 300 milioni di lire per assicurarsi le geometrie del centrocampista.
Per capire la portata, i blaugrana utilizzarono i proventi per completare la costruzione dello stadio Camp Nou. A Milano ritrovò Herrera, ma soprattutto divenne perno centrale di una squadra passata alla storia con la filastrocca che inizia con 'Sarti, Burgnich, Facchetti’ e si conclude con 'Suarez e Corso’. Ma Suarez era molto di più di un numero 10, come spiegò lo stesso Herrera il giorno della presentazione: «Ha la velocità di Bicicli, il palleggio di Corso, la forza di Lindskog, il dribbling di Sivori, il tiro di Altafini». Un giocatore totale, che trascinò l'Inter a conquistare tre campionati, due Coppe dei Campioni e due Coppe Intercontinentali, prima di chiudere la carriera da giocatore alla Sampdoria nel 1973. Appese le scarpette al chiodo, provò a trasmettere la sua idea di calcio anche da allenatore, guidando dalla panchina tra le altre Cagliari, Spal, Como e la nazionale spagnola, oltre all'Inter in tre diversi periodi: prima nel 1974/75 poi nel 1992 e infine per alcuni mesi nel 1995. Entrando, poi, anche nella dirigenza nerazzurra con l'arrivo di Massimo Moratti alla guida del club, in una ideale continuità con il padre Angelo, con ruoli da osservatore e dirigente: tra gli altri, firmò anche il colpo Ronaldo. «Un talento unico e un grandissimo interista. Il numero 10 della Grande Inter che portò i nostri colori sul tetto d'Italia, d'Europa, del Mondo», lo ha ricordato l'Inter. «Salutare Luisito ci lascia una malinconia profonda: la nostalgia del suo calcio perfetto e inimitabile, che di fatto ha ispirato generazioni, si unisce al ricordo di un calciatore unico e di un grande, grandissimo interista», ha concluso il club nerazzurro, con cordoglio arrivato anche tra le altre società da parte della Sampdoria. È stato al timone dell'under 21 della Spagna con cui ha conseguito il miglior risultato in qualità di tecnico, aggiudicandosi il campionato europeo di categoria nel 1986 ai rigori contro l’Italia. Da selezionatore della rappresentativa maggiore guidò invece le Furie Rosse ai Mondiali 1990, terminati con l'eliminazione contro la Jugoslavia negli ottavi. Dal gennaio al maggio 1992 assunse la conduzione dell'Inter, rilevando il dimissionario Orrico: alla seconda parentesi da allenatore dei nerazzurri è legata la vicenda di Desideri, posto fuori rosa per aver insultato l'iberico dopo un gol segnato al Napoli. Sul piano agonistico la stagione culminò nell'ottavo posto, con conseguente esclusione dalle coppe continentali.
Entrato nei quadri dirigenziali a seguito dell'insediamento di Massimo Moratti alla presidenza nel febbraio 1995, nell'autunno del medesimo anno sedette pro tempore in panchina per rilevare l'esonerato Ottavio Bianchi in attesa di Roy Hodgson.
Angelo Caradonna

