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Ogni volta che c’è Juventus-Barcellona Marco Pacione, oggi 53enne team manager del Chievo, rivive un incubo, quello del 19 marzo 1986. E se lui cerca di dribblarlo, ci pensano i giornalisti e i...
Ogni volta che c’è Juventus-Barcellona Marco Pacione, oggi 53enne team manager del Chievo, rivive un incubo, quello del 19 marzo 1986. E se lui cerca di dribblarlo, ci pensano i giornalisti e i tifosi a rammentargli quella notte che gli ha marchiato, negativamente, la carriera da calciatore impedendogli di fare un ulteriore salto di qualità a livello internazionale. Un paio di clamorosi errori sotto porta l’hanno fatto passare per quello che non era, ovvero un “bidone”. Ogni volta che il confronto si ripropone, l’ex attaccante originario di Villareia di Cepagatti viene subissato di richieste di interviste, puntualmente rimandate al mittente. È accaduto anche questa volta alla vigilia della doppia sfida dei quarti di finale di Champions, in programma martedì 11 e mercoledì 19 aprile. Anche il 19 marzo del 1986 si giocava Juventus-Barcellona valida per i quarti dell’allora Coppa dei Campioni. La Vecchia Signora era reduce dagli ottavi in cui aveva eliminato il Verona di Briegel nel derby italiano.
Che notte! Andata 1-0 per i blaugrana. Ritorno allo stadio Olimpico con i bianconeri privi di Aldo Serena e con Trapattoni che dà fiducia all’allora 22enne attaccante abruzzese prelevato l’estate precedente dall’Atalanta. Pacione aveva giocato uno spezzone di gara all’andata. Erano altri tempi, c’era Craxi alla guida del governo; il Barcellona non era una superpotenza mondiale; il calcio italiano era ancora campione del mondo prima di andare in Messico a rimediare la figuraccia che ha chiuso l’epoca bearzottiana. Era la Juve di Platini e Trapattoni. Era la squadra campione d’Europa che si apprestava a conquistare la coppa Intercontinentale. C’era da recuperare il gol di Julio Alberto al Camp Nou. Non un’impresa per quella Juventus. Che però va sotto per il gol di Archibald e poi pareggia con Michel Platini. Ma quella sera resta impressa nella mente del popolo bianconero per gli errori di Marco Pacione sotto porta, quelli del primo tempo che incidono sul discorso qualificazione come un macigno. Dapprima un liscio nel cuore dell’area catalana su assist di Laudrup e poi un altro liscio sul primo palo su cross invitante di Massimo Mauro. Altro errore sotto porta. Trapattoni furibondo in panchina, Platini che smadonnava in mezzo al campo. Tifosi inviperiti. E lui, Marco Pacione, che sembrava vagare in mezzo al campo. La Juve attaccava, mettendo alle corde la squadra di Venables, e il ragazzino di belle speranze alto e slanciato non ne azzeccava una lì davanti. I bianconeri si guardavano tra di loro: “Ma come si fa a sbagliare così?”. Quella sera, probabilmente, non avrebbe fatto gol nemmeno prendendo il pallone con le mani. Una notte stregata, di quelle che accadono nel calcio e non hanno un perché. Il peso dell’eliminazione sulle spalle del 22enne centravanti di Cepagatti. Ne rimane schiacciato, perché i mass media glielo fanno pesare. E così nascono i gol falliti alla Pacione, paragonabili “allo sciagurato Egidio”, il celebre Calloni milanista evocato per ogni occasione sciupata sotto rete. I catalani, per bocca del portiere Urruticoechea, sono impietosi: «Pacione è stato un amico». Spiritosi, i blaugrana, forse troppo. Tanto che tutta la dote di fortuna accumulata durante il cammino viene ripagata nella finale persa al Sanchez Pizjuan, di Siviglia (vince la Steaua Bucarest ai rigori dopo che i tempi supplementari erano terminati sullo 0-0; La notte di Helmuth Duckadam, il portiere para-rigori). Tutti parlano di Pacione, chi lo difende e chi lo colpevolizza. E lui nel dopo partita: «Ho lottato, ho combattuto, credo di avere fatto il mio dovere. Quello che mi è toccato è insieme un onore e un onere», dice piuttosto intimidito, ignaro che il ricordo di quella sera lo accompagnerà negli anni. Eppure Pacione i gol li ha fatti in carriera. Anche alla Juventus, una doppietta, dopo che il presidente Boniperti l’ha ceduto al Verona. Gol in tutte le salse. Ma quell’anno niente. Dodici presenze alla Juve, zero reti. Riserva di Aldo Serena – oggi commentatore Mediaset – ma non lascia traccia. Probabilmente schiacciato dal peso della responsabilità e incapace di sfruttare la notte che gli avrebbe potuto cambiare la carriera. Questione di fortuna, non di abilità.
@roccocoletti1
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