Anconetani: questa Proger è l’orgoglio di Chieti

16 Gennaio 2015

L’ex play (oggi presidente della Fortitudo) tra passato, presente e futuro

CHIETI. Per l'Abruzzo del basket Dante Anconetani è una leggenda. Lo è ancora di più per Chieti. Lui, teatino doc, ha lasciato la città a 18 anni per cercare la fortuna con la palla a spicchi. E l'ha trovata. Basti pensare ai dodici anni giocati in serie A. Oggi, a 59 anni, è il presidente della Fortitudo Bologna, la gloriosa società finita in B che sta cercando di risalire la china. E il buon momento della Proger Chieti gli illumina il sorriso, a maggior ragione dopo il quarto derby di fila vinto contro Roseto.

«Chieti è Chieti, è la mia città dove ho ancora i parenti; fratelli, sorelle e nipoti. Certo, non mi faccio vedere spesso. Ma sono chietino…».

E, quindi, contento della Proger.

«Seguo, attraverso i filmati e leggendo qualcosa su Internet. Seguo la Proger e il basket abruzzese. Non l'ho visto, ma, dal risultato e da quanto letto, deve essere stato un derby da incorniciare. Roseto non se la passa granché bene, ma il derby è il derby. E, tra l'altro, anche alla Proger mancavano dei giocatori…».

Il presidente Di Cosmo sta facendo un buon lavoro?

«Ottimo direi. Gianni lo conosco da quando eravamo bambini. Abbiamo fatto le giovanili insieme. Facevamo parte dello stesso gruppo che ha vinto il titolo italiano Ragazzi nel 1969. Uno scudetto, mica un torneo giovanile qualsiasi! Se ne parla poco, ma quella fu un'impresa storica per il basket abruzzese. Se non ricordo male Gianni era nel quintetto…».

E la Proger?

«La A2 Silver è una bella cosa. Dà prestigio alla città e all'Abruzzo. L'impresa non è tanto arrivarci, può capitare nello sport una congiuntura favorevole. No, l'impresa è restare a certi livelli per anni. Significa che ci sono competenza, programmazione e serietà. E che nel mondo della pallacanestro hai acquisito una certa credibilità. Complimenti davvero. E poi c'è un particolare che mi riempie il cuore di gioia: vedere una bella cornice di pubblico. Non può immaginare quanto mi fa felice, quasi mi commuove. Si è risvegliato il cuore di Chieti, una città che ha fatto la storia del basket in Abruzzo. Per certi versi, anche più di Teramo che ha avuto il picco con la serie A. Sì, me lo lasci dire: la storia siamo noi».

E lei, invece, come ci è tornato a Bologna visto che c'era già stato da giocatore?

«Era l'estate del 2013. Me ne stavo a Pavia, la città dove mi ero stabilito dopo l'addio al basket giocato. Mi è arrivata una chiamata da un amico che mi ha proposto questo progetto. E, abbastanza incosciamente, ho accettato. Se da allora non mi hanno cacciato vuol dire che sto lavorando abbastanza bene…».

Beh, la Fortitudo…

«Siamo la Fortitudo e siamo condannati a vincere. Non importa che siamo ripartiti da zero. Dalle macerie. L'anno scorso siamo andati vicino alla promozione. Ma, dopo aver dominato il campionato per otto mesi, abbiamo sbagliato una partita ai play off e l'A2 Silver è sfumata».

E adesso?

«Ci riproviamo. Ci sono 4.000 persone a partita per vedere la Fortitudo. Siamo a basket City, la città che vive di pallacanestro. Che è competente e che giudica. Ogni giorno sono sotto esame».

A Bologna, dall'altra sponda, c'è il 19enne abruzzese Fontecchio.

«Lo conosco, è pescarese. E' il nipote di Vittorio Pomilio. E' dall'altra parte della barricata ed è pescarese. Io mi cullo il mio concittadino Mancinelli (che ricordi! Ho giocato insieme al papà), ma devo dire che Fontecchio ha un gran fisico e una grande tecnica. E' il futuro della pallacanestro italiana».

Il basket non se la passa bene. Ci sono anche società che non finiscono il campionato…

«Lo sport vive al di sopra delle proprie possibilità. E il basket non sfugge a questo trend. Si spende di più di quello che si ha. E non va bene. Ci vorrebbe un ridimensionamento a 360 gradi, campionati regolari e costi contenuti».

E la Nazionale?

«In questo caso devo dire che è figlia del lavoro svolto nei settori giovanili. E' fondamentale il lavoro degli istruttori. Ma non l'amico dell'amico che metto a lavorare nelle giovanili tanto per fare un favore. No, l'istruttore deve essere qualificato, altrimenti il talento si disperde. A Bologna quando sono arrivato la prima cosa che ho fatto è stata quella di rimettere in piedi il vivaio. E ora qualche risultato si vede. A mio avviso per i tecnici del settore giovanile si dovrebbe spendere più che per quello della prima squadra».

Lei è un presidente-tifoso, un presidente-manager o un presidente-allenatore?

«Sono un gestore. E, quindi, come si dice adesso un presidente-manager. Parlare di tecnica con il coach non è un reato. Tanto più per il sottoscritto. Non è che mi debbano insegnare la pallacanestro».

Dodici anni in serie A. Il rimpianto?

«Le potrei rispondere la Nazionale, ma se nessuno mi ha mai chiamato in quella maggiore _ dopo che ho fatto tutta la trafila nelle giovanili _ evidentemente non la meritavo. No, il rimpianto di una vita si chiama Chieti, la mia città. Sono andato via a 18 anni convinto di poter tornare un giorno. E, invece, per un motivo o per l'altro la vita mi ha sempre rispedito lontano».

Una dichiarazione d'amore, la sua.

«Mi commuovo a ripensare alla mia città, alla mia gioventù. Ai tanti amici che ho lasciato. A proposito, che bello aver dedicato il palasport del Tricalle al compianto Sandro Leombroni».

Magari una di queste domeniche sarà sugli spalti a vedere la Proger.

«Certo, se Di Cosmo mi invita...».

@roccocoletti1

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