Attentato a Sebastiani, ore contate per i piromani

Il cerchio si stringe, gli inquirenti danno la caccia agli autori dell'incendio delle auto tra i tifosi del Pescara
PESCARA. Il cerchio si stringe, nelle indagini sull’attentato a Daniele Sebastiani, e l’attenzione degli inquirenti è «concentrata sul mondo della tifoseria». È quello l’ambiente in cui è maturato l’assalto a casa del patron del Pescara calcio, dicono gli stessi inquirenti, coordinati dal sostituto procuratore Mirvana Di Serio. Il rogo, avvenuto nella notte tra lunedì e martedì, è avvenuto per mano di quattro o cinque giovani che hanno raggiunto l’abitazione in viale Riviera, attorno alle 3.30, hanno scavalcato il muro e incendiato la Jeep Suv e la Smart parcheggiate in cortile. Il primo mezzo è rimasto distrutto, il secondo danneggiato, mentre la Fiat 500 della figlia di Sebastiani è stata salvata dall’intervento dei vigili del fuoco, che non si sono ancora pronunciati formalmente sulle cause del rogo, spento in meno di un’ora.
Potrebbe essere stato appiccato con del liquido infiammabile oppure, altra ipotesi, potrebbe essere stato usato del materiale esplodente, tipo un petardo. Un botto si è sentito, tant’è che Sebastiani ha parlato di «bomba», e si è levata una fiammata notevole, come dimostra il muro dell’abitazione, rimasto annerito fino al primo piano. Proprio il botto e la fiammata hanno fatto scattare il sistema di allarme che ha svegliato Sebastiani e famiglia, ma la segnalazione a polizia e vigili del fuoco era stata già lanciata da un addetto alla pulizia della città della società Attiva. Il rischio che accadesse qualcosa di peggio è stato concreto, perché c’erano dei tubi del gas a poca distanza dalle auto, praticamente attaccate all’edificio.
Le indagini, ormai prossime a una svolta con l’identificazione degli autori, hanno portato a privilegiare la pista della tifoseria, la stessa che è apparsa dal primo momento la più accreditata, viste le contestazioni dell’ultimo periodo nei confronti della società per le sconfitte subite in campo dai biancazzurri. I toni si sono scaldati da tempo, come dimostrano le scritte apparse in più punti della città, e l’incendio avvenuto all’inizio della settimana è la dimostrazione di un’esasperazione feroce, da parte di alcuni. Le indagini hanno preso in considerazione tutte le piste possibili, scavando nella vita di Sebastiani e nella sua attività imprenditoriale, ma gli accertamenti portati avanti in questi giorni hanno indirizzato al mondo della tifoseria, anche se «le altre possibilità non vengono comunque accantonate», dicono sempre gli inquirenti, coordinati dal sostituto procuratore Mirvana Di Serio.
Potrebbe, quindi, essere vicina l’identificazione del gruppetto entrato in azione l’altra notte, composto da giovani che indossavano jeans, giubbotto, felpe e cappucci. Hanno agito in una zona dove la concentrazione di telecamere è particolarmente alta perché, oltre a casa Sebastiani, la zona della riviera all’angolo con via Toti, è monitorata da vari sistemi di videosorveglianza installati dal Comune, dai privati e dagli esercizi pubblici.
Spostandosi da un punto all’altro il gruppetto è stato ripreso, ma non tutti i filmati rimandano le immagini delle stesse persone per cui il lavoro della Digos è stato finalizzato anche a comporre gli elementi a disposizione. A questo si aggiungano gli accertamenti tecnici che potrebbero portare a dare un nome a tutti i componenti della banda di pericolosi attentatori.
Intanto, dopo l’incendio dell’altra notte, l’attenzione delle forze dell’ordine è aumentata attorno a tutto ciò che ruota attorno al mondo della Pescara calcio, a tutela del presidente della società, ma anche dei luoghi frequentati dalla squadra per gli allenamenti e dal mister Massimo Oddo, tenuti d’occhio con una maggiore cura rispetto al passato.
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