Berlino, le neole e la nuova vita al Bari

Pescarese mai in biancazzurro: ecco chi è l’eroe del Mondiale 2006 che domani sfiderà il Delfino. Il papà: «Tiferò per lui»
PESCARA. Il cielo azzurro di Berlino, le neole di mamma Loredana e la nuova vita da allenatore. «Sono pescarese, il Pescara è nel mio cuore, ma domani, come giusto che sia, farò il tifo per mio figlio. Di più non dico, perché rispetto il lavoro e la riservatezza di Fabio». Fabio, il suo Fabio, che di cognome fa Grosso e che 11 anni fa colorò d’azzurro il cielo di Berlino, portando in trionfo l’Italia grazie al rigore decisivo nella finale contro la Francia. «Una grande gioia», ricorda Tonino Grosso, 70 anni, ex assessore comunale e dirigente del Ministero delle poste, con un passato nel calcio dilettantistico abruzzese. «Basta, di più non dico», dice il papà dell’allenatore del Bari che non vuole minare la vigilia al suo Fabio, nato a Roma 40 anni fa, ma pescarese a tutti gli effetti. Lui, un pescarese che non ha mai vestito la maglia della squadra della propria città, sfiorandola però in alcune occasioni. Cresciuto nel florido vivaio della Renato Curi, sotto la guida di Cetteo Di Mascio, Fabio fa vedere colpi importanti quando a malapena aveva 16 anni. Tifoso della Roma, come il fratello maggiore Pierpaolo, nasce centrocampista e tra i dilettanti, ai tempi della Renato Curi, segna 100 gol in meno di 50 partite. Alla soglia dei 18 anni, i familiari iniziano a capire che in casa avevano un talento allo stato puro.
Da bimbo, Fabio, era fissato con il calcio e mamma Loredana e papà Tonino dovevano sgolarsi per evitare che il loro piccolo distruggesse casa. Dopo la maturità scientifica, Grosso spicca il volo e, dopo tanti anni alla Renato Curi, passa al Chieti, in C2, nel 1998. Con i neroverdi resta fino al 2001 -salvo una parentesi di pochi mesi con la maglia del Teramo- e conquista anche una promozione in C1.
Poi, il salto di qualità con il trasferimento a parametro zero al Perugia. In Umbria la carriera cambia definitamente e Cosmi, l’allenatore del Grifone, lo trasforma in terzino sinistro, lo lancia nel grande calcio e nel giro della Nazionale, con la prima convocazione che arriva nel 2003. Umile e con poca voglia di apparire, Grosso nel 2004 scende di nuovo in B, a Palermo, e conquista la massima serie nel giro di una stagione.
Il biennio siciliano è pieno di soddisfazioni e gli vale la presenza in pianta stabile nella Nazionale di Lippi, che nel 2006 lo porta al Mondiale, in Germania. Sono notti magiche, quella della semifinale con la Germania sbloccata proprio da un gol del pescarese, e quella del 9 luglio 2016 che regala all’Italia il quarto titolo Mondiale. Segna il rigore del definitivo 5-3 contro la Francia e diventa un’icona, come lo era stato Tardelli nel 1982. In quell’afosa estate del 2006, la famiglia era tutta in Germania, dalla moglie Jessica, al papà Tonino, ai fratelli Pierpaolo, di 3 anni più grande, al più piccolo, Andrea, classe 1987, capitano dell’Amatori Basket Pescara. Il cognato, Giuseppe, figlio dell’ex bandiera del Pescara Giorgio Repetto, sogna il gol decisivo di Fabio, qualche notte prima della finale, e quel 9 luglio tutto diventa realtà. Anche dopo la vittoria azzurra, il suo modo di fare e di essere non cambia: riservato e poco amante della luce dei riflettori. Raccontano che dopo le partite, Grosso evitava sempre la mixed zone, dove erano assiepati giornalisti e cameramen. Un anti-personaggio.
Dopo il Mondiale veste le maglie di Inter, Lione e Juventus, dove lega subito con Barzagli e Buffon, tuttora suoi grandi amici. Valori importanti i suoi, basta pensare che nella primavera del 2007 il Wolfsburg venne in Italia per incontrarlo e proporgli un contratto a cifre importanti. Quel vertice di mercato avvenne all’aeroporto di Bologna, ma, Grosso, dopo una lunga chiacchierata con i tedeschi, decise di declinare l’offerta perché aveva già dato la parola al Lione. La parola è sacra e così va in Francia, prima di tornare in Italia, nel 2009, alla Juventus. L’anno successivo l’esclusione dalla lista per i Mondiali in Sudafrica, probabilmente, mina il suo stato d’animo e due anni più tardi, nel 2012, decide di appendere gli scarpini al chiodo.
Inizia il percorso da allenatore nel settore giovanile della Juventus, dove adesso gioca il figlio maggiore, Filippo, che ha 11 anni e del quale si dice un gran bene. Tre anni nella Primavera della Juventus con la quale vince un Viareggio, nel 2016, e, poi, a giugno, la chiamata del Bari, in serie B. È la sua grande occasione e non può farsela sfuggire.
A Pescara passa di sfuggita, perchè la sua famiglia è tutta a Torino, ma l’aria di casa non gli manca visto che mamma Loredana non rinuncia alla tradizione e gli prepara conserve, sughi pronti e le neole, il dolce preferito del suo Fabio.
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