Bernal padrone del Giro Ciccone ora punta il podio

25 Maggio 2021

La maglia rosa stacca tutti e trionfa a Cortina ipotecando la vittoria della corsa

CORTINA D’AMPEZZO. Doveva essere un’abbuffata di Dolomiti mentre lo chef ha servito solo un Passo Giau freddo e ghiacciato. A scaldarlo ci ha pensato il solito Egan Bernal che ha aggiunto anche le bollicine per tornare ad ubriacare tutti come a Montalcino e Campo Felice. Il colombiano ha firmato l’impresa ricordando Marco Pantani e arrivando tutto solo sul traguardo di Cortina. E che omaggio al Giro d’Italia: rallenta e rinuncia a qualche secondo per levare la mantellina perché vuole mostrare a tutto il mondo la sua maglia rosa. Costi quel che costi. Da applausi.
Bene Ciccone. E di applausi ne merita tanti anche il teatino Giulio Ciccone: quarto sul traguardo, sempre sesto nella generale ma a soli 51” dal podio con l’inglese Carty che non è così lontano. E, se in un Giro che ha ufficializzato il colombiano come lingua principale l’abruzzese è parlato in maniera fluente, il merito è del capitano della Trek che ora ha già nel mirino l’inedito e duro arrivo di Sega di Ala per continuare a stupire dopo il giorno di riposo di oggi. Ciccone ha corso con quell’intelligenza che tutti gli chiedevano dopo la prima settimana di Giro, sempre alla ruota di Bernal e senza fare il classico fuorigiri quando il colombiano sul Giau ha salutato tutti. Bravo Caruso che è balzato al secondo posto in classifica ma Yates (chi lo avrebbe mai detto) e Vlasov hanno perso contatto e il podio di Milano si è incredibilmente avvicinato. Cosa è piaciuto di più di Ciccone? La disciplina, in barba a chi lo aveva criticato. E Giulio dopo una più che meritata doccia calda dopo tutta l’acqua fredda presa per ore ed ore analizza la tappa e punta l’indice proprio sulla sua condotta di gara. «Non aver ceduto all’istinto di seguire chi attaccava è stata la chiave vincente, nonostante mi sentissi bene. Classifica alla mano è stata una scelta che ha pagato». Se qualcuno aveva dato voti bassi a Ciccone ad inizio Giro ora deve ricredersi perché l’intelligenza tattica del capitano della Trek (e le sue gambe) lo sta pilotando verso la conquista di un sogno chiamato podio. Ciccone torna anche sulla scelta di accorciare il percorso. «Credo che lo spettacolo ci sia stato anche senza Fedaia e Pordoi. È stata una tappa epica. Il profilo ridisegnato ha fatto saltare le tattiche della vigilia, rendendo la giornata più frizzante. Siamo andati forte fin dall’inizio, ma è stato il Giau a fare la differenza. La squadra di Carty ha fatto un ritmo asfissiante e io avuto buone sensazioni tutto il giorno e questo mi ha permesso di gestire le forze con lucidità. Ed è l’aspetto che oggi mi rende più soddisfatto». Analisi lucida e precisa, bravo Giulio.
Cambia il percorso. Prima di raccontare la tappa nei dettagli facciamo un salto indietro alle prime ore del mattino. La forte pioggia a Sacile non faceva presagire nulla di buono. Se da un lato il pubblico ignaro applaudiva a più non posso i corridori al foglio firma, dall’altro, in una sala appartata, il direttore Mauro Vegni iniziava una discussione accesa con i team. Vegni voleva confermare la tappa, le squadre no: troppo pericolosa la discesa del Fedaia. Vegni si arrende ma tuonerà nel dopo corsa: «Bisognerebbe non continuare a fare pietismi su un lavoro che è una scelta: qualche rischio c’è, i corridori devono capire che questa è la loro attività». Un Vegni furioso e ci sentiamo di dire a ragione. Le grandi imprese, lo insegna la storia del ciclismo, sono state fatte anche in condizioni ben più complesse di quelle di ieri. Hampsten in rosa dopo il Gavia nel 1988 quando a 2600 metri di quota c’era neve e una temperatura di -5°, il diluvio del Galibier al Tour nel celebre attacco di Pantani, Nibali nel 2013 sulle Tre Cime di Lavaredo o Quintana in Val Martello nel 2014 dopo aver scalato uno Stelvio pieno di neve. Forse sul Fedaia e sul Pordoi si poteva (e si doveva) passare ma dopo l’episodio di Morbegno del Giro 2020 (tappa accorciata per la pioggia) non ci meravigliamo più di nulla. E diamo una grande pacca sulla spalla al direttore Vegni.
La tappa. Pronti via e sulla Crosetta si forma una fuga di “vip”. Da Formolo a Nibali fino ad Almeida tutti a caccia dell’impresa di giornata ma la Ef di Carty inizia a tirare forte e il vantaggio che ha superato anche i 4’ inizia a scendere. Inesorabilmente. Bernal se la ride sotto i baffi, sa bene che gli uomini di Carty gli stanno facendo un regalo grande così e quando i tornanti del Giau chiamano la maglia rosa risponde, saluta e se ne va. Verso l’impresa alla Pantani. Caruso limita i danni con Bardet. Ciccone c’è e stacca Vlasov e Yates. E nel finale vince anche la volata su Carty prendendosi il quarto posto. Oggi riposo, domani si torna a salire con l’inedita Sega di Ala e sarà il primo bonus a disposizione di Ciccone per attaccare il podio. Ma ne riparleremo domani. Le Dolomiti salutano il Giro lasciando in ricordo una giornata grigia, tanta pioggia, nebbia e qualche fiocco di neve: il Passo Giau ha colorato d’inverno il Giro d’Italia mentre Egan Bernal il colore rosa se lo è tatuato con inchiostro indelebile.