Calcio

Bonaldi: «Il mio era vero calcio, oggi comanda solo il dio denaro»

25 Marzo 2026

Intervista all’ex attaccante marsicano, oggi 74enne. Da Celano alla serie A con il Napoli fino alle stagioni in C2 con l’Avezzano di Gennaro Gentile. Le differenze tra il mondo di oggi e quello degli anni ’70: «Bisogna rifondare i settori giovanili»

PESCARA. «Il calcio oggi è morto». Crudo, sintetico e lapidario. Con 4 parole, Tonino Bonaldi, dice la sua sul mondo del pallone attuale, «un gioco finito dove ha vinto il dio denaro». Nato all’Aquila, ma celanese purosangue, Bonaldi ha fatto parte di un calcio che oggi «non c’è più». Baffoni lunghi e pantaloncini sovracoscia ha esordito nel calcio professionistico nel 67/68 con il Pescara. Poi Napoli, Prato, Sorrento, Empoli, Como, Lucchese, Avezzano e Fermo. 20 anni di calcio diverso, ingenuo, puro. Ma soprattutto “povero”.
Bonaldi, che idea ha del calcio oggi?
«Il calcio oggi è morto».
Addirittura?
«Sì. Una volta era tutto curato, non c’era il dio denaro. A livello professionistico c’era poco guadagno. I campioni forse prendevano già più soldi, gli altri stavano anche abbastanza bene ma il livello dilettante era dilettante e basta. Non c’erano le esorbitanze di oggi».
Crede che ci sia un problema alla base?
«Ma sì. Il problema sta nei settori giovanili. Nei settori giovanili non si lavora più».
E perché secondo lei?
«Un po’ perché i soldi vengono investiti per le prime squadre e per i giovani non resta nulla. Un po’ perché i ragazzi di adesso calcano un campo e si sentono tutti arrivati, tutti campioni. Io dico sempre che, oggi, prima di essere allenatore bisogna essere psicologo».
In che senso?
«Bisogna saper parlare con i ragazzi, bisogna aver vissuto il calcio. Io se entro in uno spogliatoio mi basta dare un’annusata e già so che aria tira e cosa hanno in testa i calciatori. Un tempo gli allenatori dei settori giovanili erano tutti ex giocatori o comunque uomini di calcio, adesso questa cosa si è un po’ persa. Si prende gente che crede di essere un professore, che pensa alla sua carriera invece che a quella dei talenti».
Nella sua carriera qual è stato un “vero” allenatore per lei?
«Io ne ho avuti tanti, ma uno dei migliori era Bagnoli. Era un signor allenatore e pensa, solo per dirti, lui ha vinto uno scudetto col Verona con gli scarti della Juventus. Questo perché? Perché era un ex giocatore e con i suoi allievi costruiva un rapporto vero, di amicizia e di pallone. Poi, naturalmente, il mio amico Renzo Ulivieri, che è stato l’ex presidente di tutti gli allenatori d'Italia, ci sentiamo ancora».
E di quelli recenti, chi è per lei un “vero” allenatore?
«Qualcuno c’è. Ma per tornare al discorso dei dilettanti e dei settori giovanili, mi piace molto il mister dell’Avezzano. Neanche lo conosco, quindi non parlo per interessi, ma l’Avezzano oggi è prima e vince tutte le partite. Sa qual è il trucco? Che i ragazzi non si montano la testa. L’allenatore per me è bravo perché li tiene con i piedi per terra, e i risultati arrivano».
Lei come risolverebbe la crisi del calcio italiano?
«Rifonderei il sistema. Oggi ci sono troppi stranieri e poca valorizzazione dei talenti italiani. Si pensa troppo al business e poco ai valori. Anche la nazionale sta facendo una brutta fine. Due qualificazioni ai Mondiali saltate è una follia».
Di chi è la colpa?
«Di tutti. A nessuno interessa più della Nazionale. Giocatori che rifiutano, allenatori che non aspirano alla panchina azzurra e poche scommesse sui giocatori giovani. Senza contare che ormai si fanno pochi raduni a Coverciano, pochi allenamenti e poche amichevoli. Ai miei tempi si riunivano molto più spesso, si faceva gruppo tra giocatori, si era tutti amici. Oggi, sempre per colpa del dio denaro, non è più così e i risultati sono quelli che sono».
Abbiamo parlato del calcio di oggi, ora parliamo un po’ del passato. Mi racconta degli anni a Como in serie B?
«Fu incredibile. Il primo anno, nel ’76, realizzai 16 gol. Arrivai terzo nella classifica marcatori con Spillo Altobelli. Davanti c’erano Paolo Virdis, con 19, e un certo Paolo Rossi con 21».
A proposito, che ne pensa del Como di oggi?
«Stanno volando. Hanno un bravo allenatore e una buona struttura societaria. Mi piace che siano andati a scovare talenti giovani e che gli diano tanto spazio. Non mi piace che non abbiano praticamente italiani in squadra. Però sono contento, mi piace vederli giocare e quando vince gioisco».
La sua serie A, invece?
«Ci ho giocato poco, ho fatto un anno al Napoli. Ricordo bene l’esordio a Bari, in campo neutro, contro il Verona. Ma con più affetto ricordo le gare di Coppa Italia a Milano e a Firenze».
Il suo legame calcistico con l’Abruzzo?
«Ho giocato con l’Avezzano in C2 dal 1979 al 1982. Anni pazzeschi con la presidenza di Gennaro Gentile e Mario Spallone. Feci 87 presenze e 40 gol. Poi l’ultima stagione la società fu commissariata e per sette mesi mi ritrovai a fare il giocatore, il capitano, il dirigente e l’allenatore. Fu una bella esperienza».
Il suo gol più bello?
«Direi la sforbiciata in Como-Lecce. Avvenne in una domenica in cui la serie A non giocava e così tutti gli occhi erano sulla B. Mi uscì un gran bel gol e mi premiarono con un orologio».
Però è vero che la sua dote erano i calci di punizione?
«Esatto. Per me era più facile che tirare un calcio di rigore. Modestia a parte, anche nel calcio di oggi fatico a trovare qualcuno che le tiri come le tiravo io».
Ma è vero che ha giocato contro Giorgio Chinaglia?
«Certo, in diverse occasioni. Ricordo un’amichevole Empoli-Lazio nel 1975. Io avevo Polentes che mi marcava ma faceva molta fatica a tenermi, così Giorgio si arrabbiò e gli diede uno schiaffo in faccia perché non riusciva a starmi dietro. Dovetti intervenire io per farlo stare tranquillo. Era un tipo piuttosto fumantino, come tutta quella Lazio d’altronde. Lo rincontrai anche anni dopo, Chinaglia giocava per il Villa San Sebastiano e io per il Collarmele. Eravamo vecchiotti e già con la pancetta, ma i nostri piedi erano sempre buoni».
Ha qualche rimpianto in carriera?
«Tanti. Ai tempi di Como mi cercarono il Milan, l’Inter e la Roma di Liedholm ma la società non volle cedermi perché credeva nella promozione in A. Invece della promozione retrocedemmo in C1. Quando si perdono certi treni può far male alla coscienza, ma mi sono sempre divertito».

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