L’intervista

Calcio donne, la presidente Cappelletti (vedova di Paolo Rossi): «Pescara e l’Abruzzo ci daranno soddisfazioni»

8 Gennaio 2026

Federica Cappelletti, la responsabile della Divisione, parla a ruota libera sul movimento in espansione e sulla finale di Supercoppa di domenica in programma allo stadio di Pescara

PESCARA. La finale della Supercoppa italiana di calcio femminile, in programma domenica pomeriggio allo stadio di Pescara, è l’occasione per parlare dello stato di salute del calcio in rosa con la presidente della Divisione serie A femminile, Federica Cappelletti. Nata a Perugia 53 anni fa, giornalista e scrittrice, Cappelletti è stata eletta nel giugno 2023 alla guida del calcio femminile italiano e riconfermata in carica nel luglio 2024. Per dieci anni è stata la moglie di Paolo Rossi, il Pablito nazionale che, con i suoi gol, ci regalò il Mondiale di Spagna nel 1982. Una malattia lo ha portato via troppo presto, ma il suo modo di interpretare lo sport ha contagiato Federica Cappelletti.

Quando è stata eletta ha dichiarato che il suo primo pensiero è andato a suo marito.

«Paolo era uno sportivo a 360 gradi. In casa si masticava sport e, naturalmente, molto calcio maschile. Ma con il mondiale del 2019 abbiamo iniziato ad interessarci anche di calcio femminile e la sua era una visione moderna e lungimirante. Abbiamo scritto degli articoli insieme sull’argomento perchè Paolo lo considerava il futuro di questo sport. Non avrei mai immaginato di ricoprire questo ruolo e credo che Paolo sarebbe fiero di quello che faccio e mi avrebbe dato una mano».

Tornando alla finale di domenica, come avete scelto Pescara?

«Pescara è una realtà interessante, dove non siamo mai stati. L’Abruzzo sta lavorando bene nell’ambito del calcio femminile anche a livello territoriale e questo ha influenzato la nostra scelta. Attendiamo una buona risposta anche da parte del pubblico».

Come sta il calcio femminile in Italia?

«Ha avuto una crescita importante sia a livello numerico, sia a livello di interesse da parte degli affezionati e di quelli che si stanno pian piano avvicinando alla nostra disciplina. Un aspetto su cui insisto molto è la sostenibilità economica delle società che cerchiamo di raggiungere alzando il livello di questo “prodotto”».

Che cosa manca?

«Manca la partecipazione agli eventi, manca la presenza negli stadi e sono tutti temi che analizziamo. Una finale come quella di Pescara può rappresentare uno spot per far conoscere il calcio femminile».

Ci sono pregiudizi verso le ragazze che giocano a calcio?

«Il calcio nasce come sport maschile, con radici profondamente maschili e maschiliste, quindi per tanto tempo c’è stata una resistenza culturale che vedeva questa disciplina declinata solo al maschile. I risultati, i numeri e la crescita generale, stanno a dimostrare che il calcio può essere anche femminile come lo sono la pallavolo e altri sport di squadra».

I buoni risultati della Nazionale quanto possono incidere?

«L’Europeo della scorsa estate è stato un motore importante per il calcio femminile. Si è avuta la dimostrazione che i risultati possono arrivare anche a livello internazionale incontrando realtà come l’Inghilterra e la Spagna che hanno un maggiore tradizione e con cui ci confrontiamo continuamente».

La sostenibilità come si sposa con il professionismo?

«Il professionismo in serie A è stato un cambiamento epocale, essendo la Figc l’unica federazione che ha concesso, dal 1° luglio 2022, il professionismo alle donne. Il professionismo, ovviamente, ha aumentato i costi di gestione delle società di serie A dal 60 all’80%. Per sostenersi bisogna percorrere altre strade, come aiuti statali e investimenti delle società e da parte degli sponsor».

C’è differenza tra nord e sud nei settori giovanili?

«Sta cambiando il trend anche al sud. Cito come esempi positivi quelli del Napoli Women e dell’Abruzzo in generale, che stanno curando bene l’attività di base ma anche altre realtà stanno dedicando spazio e energie ai settori giovanili. Anche in questo senso c’è ancora da fare, soprattutto a livello culturale».

Preferisce essere chiamata presidente o presidentessa?

«È uguale, per me non fa differenza».