«Calendari e format, è ora di riscrivere le leggi del calcio»

Il vice presidente Fifa Montagliani originario di Celano: «Io sarei per spalmare il campionato sull’anno solare»
PESCARA. Un pezzo d’Abruzzo guida la commissione che sta riscrivendo le regole del calcio mondiale in era Covid. Vittorio Montagliani, vicepresidente della Fifa, originario di Celano, coordina una task force della commissione di “stake holders” (portatori di interesse), la più potente della Fifa. Dentro ci sono le grandi leghe: la Eca (l'associazione dei club europei), la Bundesliga, la Liga, la Premier, la serie A e altre.
Per il ritorno al calcio giocato in tempi di Covid 19 da dove si comincia?
«È molto complicato, perché le regole sono a livello Fifa. Abbiamo lavorato sulla crisi mondiale legata al coronavirus e a dare una guida alle situazioni. A partire dai contratti che scadono il 30 giugno, al mercato, ai trasferimenti. Molti chiedevano la finestra di mercato fino a fine anno. Ma io ho spiegato che non si può gestire una crisi al buio, altrimenti nasce un'altra crisi. Le regole dicono che si può prevedere il mercato per un massimo di sei settimane. È un segno di rispetto anche per i tifosi che rischierebbero di vedere calciatori passare da una squadra all’altra con eccessiva disinvoltura. Il documento è valido per 210 Paesi in tutto il mondo. Conosciamo benissimo l’importanza dei campionati in Europa, ma dobbiamo tutelare anche i grandi tornei in Sudamerica, in Messico, negli Usa».
In ballo ci sono i problemi del calendario, delle date disponibili, ma soprattutto la sicurezza dei calciatori e dell’entourage. Quali le misure da prendere per garantire tutto ciò?
«Per me è la prima volta nella storia del calcio che bisogna tener conto del parere delle autorità sanitarie e dei governi e non possiamo prescindere da ciò. Attendiamo le decisioni, ma la sicurezza dei giocatori è fondamentale. Senza la sicurezza dei giocatori non c'è calcio. Come dice il presidente della Fifa, Gianni Infantino: “Niente rischi, una partita non vale una vita”. Vanno applicati protocolli necessari per la sicurezza al 100%».
E sui calendari?
«Stiamo decidendo i calendari a tre livelli: quelli nazionali, come la serie A, che sta già pensando di riprendere gli allenamenti, quelli delle coppe internazionali con le finali a fine agosto, e poi a livello internazionale con le federazioni che giocano le partite di nazionale a settembre, ottobre, novembre. Sono date importanti per le qualificazioni di Europei e Mondiali. Sono date che non si possono cancellare, solo spostare. Non credo che si giocherà il calcio con gli spettatori nel 2020. E se ci sarà saremo di fronte a un miracolo. Invito però a riflettere: è una situazione che induce a considerarla come un'opportunità per gestire le cose in maniera un po' differente. Noi giochiamo un calendario solare in Asia, in Nord e Sudamerica. Potrebbe diventare un'idea adottare la formula anche in altre parti del mondo. Il mondiale in Qatar a fine 2022, del resto, alla fine di tutti i campionati sarebbe perfetto».
Lei pensa che sarebbe accolto con favore in Europa e in Italia?
«So che in Italia a luglio e agosto non si gioca, perché? Il caldo? E in Florida o Texas come fanno? Sono idee? Parliamone, potrebbe essere una possibilità».
Il ruolo delle nazionali rispetto a quello delle squadre di club non rischia di venire ridimensionato a causa della mancanza di spazi?
«Magari le date della Fifa, le nazionali, con giocatori che prendono aerei tre volte in 60 giorni, potrebbero cambiare. Perché non pensiamo a un mese di seguito con i giocatori impegnati in nazionale e i campionati sospesi?».
Il rinvio degli Europei apre nuove finestre per la conclusione dei campionati e per il finale delle coppe europee. Immagina un campionato che riparte subito in quelli che Sarri immagina come “i prossimi 14 mesi di calcio continuato” per arrivare agli Europei del 2021?
«Non lo so. Mi sembra che il calcio italiano quest'anno abbia fatto una sosta invernale e quindi credo che ci sarà spazio anche per il riposo, ma se non cominciamo subito, alcune partite si dovranno comunque giocare nelle date disponibili. Pensiamo anche a differenti format, nella Champions o per le qualificazioni mondiali perché non ci sono le date. Dobbiamo attendere. Pensiamo a un semaforo: ora è rosso, quando arriverà il giallo si deciderà e con il verde si parte».
Come cambierà il calcio, dal punto di vista finanziario nei prossimi anni? Saranno avvantaggiate le grandi società oppure prevede un maggiore livellamento?
«Per me sarà migliore e con un maggior livellamento. Il calcio deve riprendere, e abbiamo già cominciato a lavorare con l’Eca dell’amico Andrea Agnelli e con le commissioni per cambiare le regole degli agenti, la trasparenza sul mercato di trasferimento. Con questa crisi c'è l'opportunità di accelerare questo lavoro. Il calcio deve cambiare, tante società soffrono, anche se ci saranno sempre alcuni club che avranno maggiori possibilità. Negli anni 70-80-90 c'erano i grandi club, ma senza questa enorme distanza tra grandi e piccoli. Ora ce n'è troppa. Una, due, tre squadre che vincono sempre. Come si può chiamare campionato?».
Come si cambia tutto ciò?
«La mia è una cultura italiana, ma sportivamente preferisco quella del Nordamerica dove esistono le lobbies del basket e del football, ma tutti i club possono vincere. A inizio campionato tutti hanno speranza di vincere. In Europa non è così. La storia più grande degli ultimi 50 anni è stata quella del Leicester. La storia più bella in Italia è l'Atalanta. Livellare sarebbe un bel regalo al calcio mondiale».
Immaginiamo una finale di coppa del mondo Canada-Italia. Per chi farebbe il tifo?
«L'Italia è il cuore, ma il Canada è la mia patria. Un incontro ai mondiali, non credo in finale, si può ipotizzare. Il Canada ha grandi talenti come Alphonso Davies, terzino del Bayern Monaco, e l'attaccante del Genk, Jonathan David, una specie di Lukaku».
Quali i ricordi dell'Abruzzo, di Celano, i rapporti con la terra della sua famiglia?
«In questo cammino che ho intrapreso nella mia vita professionale sono le tre cose che mi aiutano, anche nella gestione di situazioni difficili: in primis la famiglia, il suo sostegno; poi la mentalità, il cervello della mia patria, il Canada, e infine il Dna di Celano che notano anche gli italiani che incontro: passione, umiltà, cuore e leggerezza di spirito».
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