Calvarese: la mia A orgoglio e passione
«In campo detesto chi giura sui figli un qualcosa che è falso»
TERAMO. Anche per lui è tempo di vacanze. Che, però, stanno per terminare. Sì, perché la stagione agonistica è alle porte e anche gli arbitri devono prepararsi. E Gianpaolo Calvarese sta scaldando i motori. L’ingegnere teramano è l’unico direttore di gara di serie A abruzzese, il fiore all’occhiello del movimento regionale. Si appresta a vivere il quarto anno nella massima serie. E alla vigilia ha affidato al Centro il suo stato d’animo.
Calvarese, qual è lo sportivo che ammira di più?
«Ne ammiro tanti. Cerco spesso di studiarli e di cogliere le loro caratteristiche migliori. Uno su tutti attualmente è Roger Federer».
Quale altro sport le piacerebbe arbitrare?
«Sicuramente il basket, sono dei tecnici pazzeschi; sono sempre alla ricerca della cura maniacale dei particolari».
Quale arbitro di un altro sport ammira?
«Tantissimo Luigi Lamonaca, spesso ci confrontiamo su situazioni particolari. E lo stesso faccio con il mio concittadino Federico Di Francesco (arbitro di serie A di pallacanestro, ndr)».
Che cosa la fa arrabbiare in mezzo al campo?
«La disonestà. È una cosa che odio; giurare sui propri figli e poi scoprire che è falso è pietoso!».
E fuori dal campo?
«Quando i dirigenti mi chiamano ingegnere: come se volessero farmi capire che appartengo ad un altro mondo, un modo per creare distacco».
L'arbitro migliore è quello che non si fa notare o l'arbitro protagonista?
«L'arbitro non deve mai essere protagonista, il calcio è di tutti e i protagonisti sono i calciatori; però è altrettanto vero che è stupido parlare di un arbitro che non si fa notare: uno che prende decisioni importanti a volte anche impopolari come rigori e/o espulsioni non può non essere notato».
Che cosa si sente di dire a un arbitro che ha appena iniziato?
«Di allenare la testa. Nello sport ad alti livelli a fare la differenza è soprattutto la forza mentale. Mi piacciono i giovani arbitri sicuri; che credono nelle loro capacità e che hanno voglia di lavorare sodo, senza perdere l'umiltà e la capacità di ascoltare e riflettere sulle critiche».
Il suo idolo da piccolo?
«Michael Jordan, mi dava l'idea di essere una persona umile nella sua unicità».
Come vede i giovani arbitri rampanti di Teramo?
«Abbiamo dei giovani interessanti in tutte le categorie: da De Remigis a Paterna, passando per Feliciani. Ultimamente ho visto Di Martino arbitrare la finale di Primavera Torino-Lazio, mi è piaciuto tanto».
Critiche e complimenti, come reagisce?
«I complimenti mi imbarazzano perché sono un perfezionista e sono convinto di poter fare sempre meglio; le critiche sono costruttive e sono un bene se non sono strumentali. Ma spesso in Italia si attaccano gli arbitri perché fa comodo e rappresenta un alibi».
Moviola sì o moviola no?
«Non sta a me dare giudizi o sentenze. L'unica cosa che posso dire da arbitro è che su alcune situazione interpretabili, soggettive e non più oggettive, sarebbe difficile dirimere la casistica e dare la soluzione giusta. In altre parole su situazioni grigie in cui un contatto per alcuni (arbitri) è fallo e per altri no la moviola non so fino a che punto potrebbe essere risolutrice. Di sicuro per noi arbitri rivedere le immagini alla moviola a Coverciano è utilissimo per capire la genesi dell'errore e cercare di fare meglio».
Che cosa cambierà con l'occhio di falco?
«L'obiettivo di un arbitro è quello di sbagliare il meno possibile. Quindi ogni informazione oggettiva e non passibile di interpretazione come l'occhio di falco è un aiuto prezioso».
I giocatori che accerchiano l'arbitro per protestare finiscono poi per condizionarlo?
«No, siamo dei professionisti e quindi abituati a fronteggiare queste situazioni come tutte quelle finalizzate a condizionare il nostro operato».
Arbitrare in serie A le ha cambiato la vita a livello di popolarità?
«Direi di sì. Anche se io non amo fare vita mondana, confesso che fa piacere talvolta ricevere attestati di stima. Portare il nome della mia città in giro per l'Italia mi rende orgoglioso, è una cosa che sento in maniera particolare. Mi carica di responsabilità».
Scaramantico?
«Quando ero alle prime armi da impazzire. Poi, man mano che fai esperienza, capisci che il modo migliore per essere vincenti è preparare la gara in maniera quasi maniacale così da ridurre al minimo l'influenza della sorte. Piccola eccezione: la telefonata a mia madre e a mia moglie con cui trovo la forza interiore per fronteggiare la mia arena».
Quanto calcio vede in tv?
«Per me il calcio è una passione. Calco i campi verdi da quando avevo 5 anni e da allora non passo domenica senza sentire il profumo dell'erba tagliata, prima come piccolo calciatore ed ora da arbitro. Tuttavia oggi, che ho fatto della mia passione un lavoro, ritengo sia anche un dovere vedere quante più gare possibile, questo è fondamentale per studiare le tecniche, le tattiche delle squadre e i calciatori. E’ impossibile al giorno d'oggi essere bravi arbitri senza conoscere».
E con la famiglia come fa?
«E' il mio lavoro e la mia famiglia sa che lo amo; ma anche quando rimango per giorni da solo a Coverciano a lavorare e a studiare, a volte senza nemmeno il tempo per una telefonata, la mia famiglia rimane con me, il mio punto di riferimento, la mia bussola, la mia forza. Quando anni fa sono nati i miei figli ho pensato che non sarei riuscito a gestire tutte le situazioni lavorative e invece, soprattutto grazie a mia moglie, abbiamo trovato il nostro equilibrio ed ora, quando sono a casa, non riesco ad andare a dormire una sola sera se non lo facciamo tutti insieme sul divano con la favola della buonanotte!».
E con gli amici?
«Oltre a mio fratello, che é il mio primo amico, sono un ragazzo fortunato perché ho delle persone splendide che mi sono sempre accanto. Degli amici veri che mi seguono in capo al mondo per le partite più delicate e che mi criticano quando lo merito».
Un arbitro da che cosa si rende conto dell'errore in mezzo al campo?
«In serie A è facilissimo. Lo stadio prende un'altra piega, ma soprattutto i calciatori e le panchine te lo dicono esplicitamente».
Con assistenti e addizionali quali sono le parole in codice durante la partita?
«Parole in codice non ce ne sono. Siamo talmente concentrati sulla gara che l'unica accortezza da usare per recepire al meglio i messaggi è quella di ripetere le cose in maniera chiara, concisa e per un paio di volte».
Come “ammazza” il tempo prima delle partite?
«In hotel continuando a preparare la gara nei minimi dettagli. Appena arrivato negli spogliatoi ascolto musica ad alto volume. Soprattutto commerciale/ pop/ disco / house comunque mai lenta. Insomma, cerco di caricarmi con il resto della squadra».
Com'è il suo rapporto con i social network?
«Hanno cambiato il modo di comunicare soprattutto dei più giovani. Io personalmente non li uso, ma so che dei ragazzi hanno aperto un fan club a mio nome».
Da teramano come ha vissuto le ultime vicende del calcio biancorosso?
«Sinceramente non benissimo, da tifoso teramano auspico che questa vicenda si concluda per il meglio, ma non voglio entrare nel merito».
Nella sua valigia che cosa non deve mancare mai?
«Lo spazzolino da denti, un libro, l'iPad e le scarpette da tennis. Amo fare sport e non riesco a stare fermo più di due giorni».
@roccocoletti1
©RIPRODUZIONE RISERVATA

