Candeloro: apprendista in un calcio da cambiare

«Vorrei creare una filiera di squadre in cui inserire il Francavilla»
PESCARA. Le idee sono innovative. Sin troppo per il calcio abruzzese che vivacchia in un contesto economico precario. Gilberto Candeloro - imprenditore originario di Casoli e residente a Lanciano - è presidente del Francavilla dalla scorsa estate e ha fatto investimenti onerosi, sulla squadra e sullo stadio. E’ amico di Giulini presidente del Cagliari, stima la famiglia Percassi, proprietaria dell’Atalanta, e vorrebbe creare una filiera di società - tre - in cui inserire il Francavilla.
Presidente Candeloro, un giudizio sui primi sei mesi da presidente?
«Apprendista assoluto. Sto ancora scontando questo apprendistato totale. Comincio a capire qualcosa delle dinamiche. Cerco di imparare. Nel budget quando non sei padrone della materia devi mettere in conto un 30-40% in più di spese. Nel caso nostro siamo andati anche oltre».
Questo Francavilla può essere una base per crea un futuro ambizioso?
«La nostra sta diventando una buona squadra, certo per quello che abbiamo investito ci si aspettava qualcosa in più. Ma anche le corazzate hanno bisogno di essere oliate. Ci sono dei ragazzi di prospettiva, una base (non completa) sulla quale poter lavorare».
Come ha strutturato la società?
«Non ho creato uffici sportivi, quindi vengono in una delle mie aziende a svolgere il lavoro quotidiano proprio per arrivare a un’integrazione evidente. Ho un’idea di calcio costruita sulla finanza, sull’economia e sulla parte sportiva. In questi campionati come la C e la D è difficile sviluppare certi progetti. Specialmente la D, chi l’ha concepita in questa maniera probabilmente negli stadi ci va poco, sono orrendi e poi anche la formula è da rivedere. E’ un aborto di campionato. L’idea di calcio del futuro è diversa. Deve poggiare su altre risorse. Francavilla per me è un punto di partenza, per imparare».
Quindi?
«Penso che il calcio vada condito con una filiera di squadre per contenere i costi e ampliare le possibilità».
Francavilla potrebbe gemellarsi con altri club, magari di categoria superiore?
«Esatto. Magari dotandosi di un centro sportivo con annesse attività di ristorazione e commerciali. In un secondo step si potrebbe allargare l’orizzonte a un Paese straniero per avere interessi che vadano al di là del posto in cui si opera».
C’è in ballo una collaborazione con il suo amico Giulini presidente del Cagliari?
«Potrebbe, è una delle possibilità perché poi il collegamento con la serie A è necessario».
Lei viene accostato a Teramo e a Vasto. Entrerà in altri club?
«Al momento sono accostato a un imprenditore entrato nel calcio in maniera asincrona, da cretino, perché sto buttando via dei soldi, tanti, sul Francavilla. In realtà, c’è un progetto più razionale. Anche la scelta di Francavilla non è stata casuale. La città non può sostenere questa categoria, è lontana dal calcio. E’ un quartiere di Pescara. Abbiamo fatto 99 abbonamenti di cui una decina riconducibili alla mia famiglia. Ma il rovescio della medaglia è che non ci sono pressioni e quindi si può fare calcio senza assilli e sviluppare un progetto. Non si può andare avanti con il mecenatismo di uno o più anni, ma c’è bisogno di una struttura sostenibile nel medio-lungo termine che abbracci anche altri interessi. Il calcio oggi in questo Paese sconta un ritardo di voglia e innovazione, pari a quello del sistema-Paese. E di questa Regione in particolare».
Un centro sportivo per il Francavilla?
«Ne stiamo parlando. C’è la possibilità di portare il settore giovanile a Torrevecchia Teatina e lasciare la scuola calcio in città. Se ne dovrebbe sapere di più nelle prossime settimane».
Rifarebbe la scelta di entrare nel mondo del calcio?
«Non ho ancora cominciato e lei mi vuol far rifare la scelta? Non sono entrato nel calcio, ma in una scommessa. Ho fatto delle cose nella mia vita, con buoni risultati, e ora mi sono imbattuto in un qualcosa più grande di me che non conosco. Diciamo che è una sfida per verificare se con certe regole e certi valori si possono ottenere dei risultati».
Il calcio è la fotografia della società civile?
«Assolutamente sì. A cominciare dagli stadi. Che sono invivibili. Sono brutti e indecenti. Bisogna riscoprire il gusto del bello per farci stare i nostri figli. Occorre ripartire dagli stadi, che devono essere funzionali a un progetto che vada oltre la partita della domenica».
I rapporti con il sindaco Luciani?
«Spesso ci sono delle gocce che fanno traboccare il vaso. Per mesi e mesi abbiamo fatto lavori di ammodernamento dello stadio a spese nostre, anche se la struttura è del Comune. Se poi per colpa di un documento si vanifica tutto allora magari lo faccio notare. Però, Antonio Luciani è una persona intelligente, ha capito e ora è totalmente dalla nostra parte come è giusto che sia».
Lei si diverte a vedere il calcio di serie D?
«Non mi diverto. Per un po’ di tempo abbiamo giocato benissimo, meglio delle altre squadre. Non mi diverto molto quando i risultati non arrivano, ma ho la fortuna di essere abbastanza equilibrato nel giudicare in qualsiasi ambito. Non c’è bisogno di urlare allo stadio. Sto lavorando per divertirmi nei prossimi anni».
A Lanciano le rimproverano ancora di non aver preso la squadra di calcio?
«Sono io che rimprovero loro di aver perso un’occasione. Anch’io ho perso occasione di essere profeta in patria. D’altronde, forse, Lanciano non è una città che si accontenta della dignità di una categoria e niente di più. Razionalmente non era la scelta giusta per il progetto. Detto ciò, ho perso un pezzo di cuore perché mi sarebbe piaciuto fare calcio nella mia città».
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