Cantelmi, il “principe” di Celano: dal calcio a cronista parlamentare

Il capitano dei marsicani nella cavalcata dalla Terza categoria alla C, oggi fa il giornalista politico a Roma. «Il “Bonaldi” tutto esaurito e quel gol al derby contro L’Aquila. Ma ora “segno” davanti a Montecitorio». (Nella foto, Augusto Cantelmi con l’arbitro Collina prima di un Celano-Ternana)
A volte per strada succede ancora che mi chiamino “Principe”, ed è un’emozione. Il legame con il mio passato calcistico è indissolubile, ma oggi mi diverto con la politica». Augusto Cantelmi, per tutti a Celano “Il Principe”, come lo chiamavano affettuosamente gli ultrà, è stato il capitano della cavalcata del Celano verso la serie C alla fine degli anni ’80. Un amore per il pallone mai preso troppo seriamente, ma una storia calcistica degna dei grandi nomi. Poi l’addio al prato verde, l’inizio della carriera giornalistica fino al celebre format “Montecitorio Selfie” per Tv 2000. Dal centrocampo del Celano ai corridoi di Montecitorio, senza mai perdere l’ironia.
Cantelmi, ci può raccontare il suo passato? E questo balzo dal calcio alla politica?
«Io ho sempre giocato a calcio fin da piccolo. Ai tempi c’era la Cliternum Celano che, dopo il fallimento, divenne Olimpia Celano e ripartì dalla Terza categoria. Io iniziai da lì nel 1978 e dopo otto anni arrivammo in serie C».
Ai tempi com’era il calcio?
«Fantastico. Ho ancora in mente i campi di terra battuta sparsi per la provincia, e poi la squadra: tanti giovani mischiati a giocatori più esperti rimasti dopo il fallimento. E ricordo il “Bonaldi” pieno di tifosi che ci acclamavano. La serie C fu un sogno sia per loro che per noi che eravamo in campo».
È vero che la chiamavano “Il Principe”?
«Sì (ride ndr), o così o “Capitano”, perché ero celanese purosangue».
A chi si ispirava quando scendeva in campo?
«Io ero il Marco Tardelli del Celano. Maglia numero 8, ero eclettico e quando segnavo i miei gol sono stati sempre decisivi».
Ci racconta i tre momenti più emozionanti della sua carriera?
«Al primo posto metto il derby con L’Aquila. Lo stadio era pieno e noi venivamo da nove vittorie consecutive. Vincendo avremmo stabilito il record nazionale battendo la Juventus, tant’è che ci chiamò La Domenica Sportiva per invitarci in studio in caso di successo. Iniziò la partita e L’Aquila andò in vantaggio. Allo scadere mi arriva il pallone e calcio di sinistro al volo, perché ero infortunato al destro, e il pallone finisce sotto l’incrocio. Finì 1-1 e non battemmo il record della Juve, ma quel boato e i tifosi che mi urlavano “Principe!” non riuscirò mai a cancellarli dalla mente».
Questo era il primo. Il secondo?
«Quando arrivammo in serie C sfidammo il Perugia. Arrivammo al Renato Curi tutti in tuta un po’ trasandati, mentre loro erano tutti in giacca e cravatta. Lì capii per la prima volta cosa fosse il calcio professionistico».
E come andò la gara?
«Perdemmo 2-1 giocando però una grande partita. Ma l’importante non è questo. Le racconto una cosa divertente».
Prego.
«Nel Perugia c’era Fabrizio Ravanelli, ma ai tempi non era ancora conosciutissimo e soprattutto noi giocatori non ci conoscevamo fra di noi. Mister Andreotti venne da me e mi disse: “Augusto, Ravanelli lo marchi tu”. Io non sapevo chi fosse e tra tutti quelli in campo esclusi quel ragazzo con i capelli bianchi, addirittura pensai che fosse il massaggiatore. Passai tutto il riscaldamento a cercare questo Ravanelli senza riuscire a capire chi fosse. Poco prima di entrare in campo l’arbitro chiamò i giocatori con la distinta e lì finalmente capii: era quello con i capelli bianchi (ride ndr). Era fortissimo, ma quella volta non segnò».
Il terzo ricordo?
«Quando giocammo contro la Ternana l’arbitro era Collina. Un uomo tutto d’un pezzo, severo ma corretto. Io ero il capitano e parlò soltanto con me. Ma ne avrei tanti altri: nel 1987 inaugurammo il nuovo stadio “Piccone” e per l’occasione facemmo un’amichevole con il Pescara di Galeone. Una giornata stupenda, stringere la mano a Leo Junior fu pazzesco. E in quella squadra giocava anche Gasperini. Oppure quando venni chiamato a fare il militare e mi misero nella Compagnia Atleti. C’erano giocatori come Roberto Mancini, Paolo Maldini ed Eusebio Di Francesco».
Era arrivato al professionismo, perché non continuare la carriera nel calcio?
«Guardi, io ho giocato solo nel Celano. Il mio obiettivo non è mai stato fare il calciatore e, ripeto, tra i professionisti ci sentivamo un po’ come pesci fuor d’acqua. Tutto ciò che è arrivato è stata una soddisfazione, ma mai un’ossessione».
Quindi dopo si dedica al giornalismo.
«Sì. Durante l’attività sportiva studiavo all’università. Una volta lasciato il calcio mi sono laureato in Scienze politiche e poi da lì ho fatto prima uno stage proprio al Centro, poi ho lavorato con l’Avvenire e infine sono approdato a TV2000, dove sono tuttora».
Il suo modo di fare giornalismo però non è proprio quello standard.
«In effetti (ride ndr). Mi sono inventato un format che poi ha avuto un discreto successo».
Che sarebbe?
«Si chiama “Montecitorio Selfie”».
Ci racconti.
«Mi piaceva stare davanti al Parlamento e grazie alla fiducia dei direttori che ho avuto mi diedero un posto fisso lì nella sala stampa. Solo che non mi piaceva fare il classico servizio e siccome una decina di anni fa i selfie andavano molto di moda, inventai questo format. È un modo diverso di raccontare la politica, più leggero e reale rispetto a un servizio classico del telegiornale. Il cellulare ti permette di essere più diretto e cogliere l’attimo, così sono venuti fuori tanti servizi: alcuni belli e divertenti, altri drammatici».
Ce ne dica uno divertente.
«Uno dei momenti più divertenti è stato durante l’esplosione dei 5 Stelle. Ricordo Di Battista che doveva presentarsi in Parlamento ma sbagliò piazza finendo tra i manifestanti dei Forconi; lo insultavano chiamandolo “Di Maio”. Io intanto riprendevo tutto con il cellulare».
Uno drammatico invece?
«Direi durante la pandemia da Covid, quando eravamo rimasti solo una manciata di cronisti in un Parlamento deserto».
Tornando indietro, rifarebbe la stessa scelta? O avrebbe preferito rimanere calciatore?
«Il calcio è stato duro, basato su grandi sacrifici. Ma oggi, stando in Parlamento, mi sento al centro della storia e sono contento così. Anzi, ormai il calcio, se lo vedo in tv, lo guardo con i miei figli Tommaso e Francesco e a loro dico: il mio era un altro calcio».
L’ultima domanda: calcio e politica. Chi è il Maradona del Parlamento?
«Un Maradona della politica non esiste, posso dire però che i confronti tra Renzi e Meloni sono quelli più dinamici e interessanti. Poi Meloni l’ho vista passare da semplice deputata ai vertici del governo, ma in generale con i politici mantengo sempre una certa distanza; preferisco non stringere amicizie per non complicare il lavoro».

