Cappellacci: i dilettanti devono ripartire con i tifosi

Dopo due promozioni di fila i rossoblù guardano alla nuova stagione con ambizione «Non so quando, ma bisogna ricominciare senza restrizioni, altrimenti non ha senso»
L’AQUILA. L’Eccellenza che verrà sarà diversa. Più attraente e interessante con alcune delle grandi piazze del calcio abruzzese decadute negli ultimi anni. Probabilmente sarà a 20 squadre, due in più rispetto alle ultime edizioni.
E ci sarà L’Aquila con Roberto Cappellacci, il tecnico di Tortoreto che due anni fa è sceso fino alla Prima categoria per sposare il progetto di rilancio rossoblù. E dopo due promozioni di fila eccolo al tavolo di un’Eccellenza che si annuncia da leccarsi i baffi.
Cappellacci, resterà sulla panchina dell’Aquila?
«Sì, abbiamo parlato nei giorni scorsi. Ora, un po’ alla volta, dovremo riavviare la macchina organizzativa, anche se devo dire che chi gestisce il club non ha mai staccato la spina, nemmeno nel periodo di chiusura. Ero io un po’ scettico sulla ripartenza. E, invece, eccoci qui che certi discorsi sono tornati d’attualità».
Immagina già come sarà la ripresa?
«Io non so quando avverrà questa ripartenza. Spero solo che non ci siano particolari restrizioni. Che avvenga senza modificare quelli che sono i canoni abituali di allenamento. Io mi auguro che si riparta il più vicino possibile alla normalità. I dilettanti non sono come i professionisti».
Quindi?
«Non ha senso, secondo me, ripartire a porte chiuse. In serie A e B, con i diritti televisivi, ci sono le tv che trasmettono le partite. Tra i dilettanti se non giochi per il pubblico che senso ha?».
Le dà fastidio ottenere la promozione senza poterla festeggiare?
«Io avrei cominciato a rigiocare da dove ci siamo fermati. Per me non ha senso assegnare i verdetti d’ufficio. Io avrei ripreso concludendo la stagione 2019-2020 e subito dopo sarei partito con la successiva. Mi sarebbe piaciuto conquistare la promozione sul campo. Per una questione di sportività, perché la seconda non deve potersi giocare le sue chance fino alla fine? Mi rendo conto, però, che la teoria non sempre si può sposare con la pratica. Nel caso dell’Aquila va rimarcato come la superiorità sia stata netta e inequivocabile. Siamo stati sempre in vetta. Quindi, non credo che qualcuno abbia da ridire...».
Società gestita dai tifosi all’Aquila, come si trova?
«Siamo partiti due estati fa dalla Prima categoria con qualche problema. Che poi sono stati risolti cammin facendo. C’era il timore che in Promozione si potessero acuire, visto che la gestione era un po’ cambiata. E, invece, ci siamo compiaciuti del contrario. Si è creato un clima positivo tra tutte le componenti. Appena qualche problemino all’inizio e poi la serietà e l’applicazione con cui il gruppo dirigente ha lavorato hanno fatto la differenza. Tutti hanno mantenuto le promesse, tutti hanno dato il massimo con professionalità. E credo che tutto questo sia una buona base di partenza per il futuro».
Probabilmente sarà un’Eccellenza a 20 squadre.
«Sarà più dura e difficile, anche se io non riesco ancora ad immaginarmelo perché sono ancora traumatizzato dall’effetto Covid-19. Ho un ristorante a Tortoreto e sono alle prese con altre problematiche. Comunque, L’Aquila cercherà di lottare per il vertice della classifica, ma, a differenza degli ultimi anni, non sarà l’unica formazione ambiziosa. Dovremo confrontarci con altre realtà attrezzate».
È vero che avete aggiustato la squadra al mercato di dicembre?
«La verità è che siamo partiti un po’ in ritardo e con la prospettiva di dover aggiustare qualcosa cammin facendo. E a dicembre qualcosa è stato modificato. La squadra ha tratto giovamento da queste novità, ma devo dire che anche il gruppo iniziale se l’è cavato bene».
Da due anni allena L’Aquila. Che opinione si è fatto dello stato della città devastata dal terremoto del 2009?
«La sensazione, girando le vie del centro, è che ci sia un continuo paragone con il passato. Il trauma non è stato assorbito nella testa dell’aquilano, giustamente secondo me. Però, qualcosa sta cambiando. A rilento, ma la ricostruzione si comincia a toccare con mano. E magari tra un po’ di anni il centro tornerà a svolgere un’attività a pieno regime. Ora mi sembra che la vita e le attività si siano un po’ decentrate».
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