Cataldo pedala verso Parigi «Che onore andare al Tour»

29 Giugno 2017

Il ciclista di Miglianico dell’Astana sabato prenderà il via alla “Grande Boucle” «Sono molto contento, ho una buona condizione e proverò a far trionfare Aru»

TERAMO. Dario Cataldo si appresta ad affrontare il suo primo Tour de France, al via sabato dalla Germania con la cronometro di Dusseldorf. Il 32enne corridore di Miglianico, portacolori dell'Astana, arriva all'appuntamento con la corsa a tappe francese dopo avere aiutato il suo capitano Fabio Aru a conquistare la maglia di campione d'Italia, domenica scorsa, sulle strade del Piemonte. Cataldo, unico abruzzese in gara, racconta al Centro le sue emozioni alla vigilia dell'edizione numero 104 della "Grande Boucle".
Con quali ambizioni vivrà il primo Tour de France della sua carriera?
«Ho una buona condizione. C'è la consapevolezza di fare parte di una grande squadra e di potersela giocare per la vittoria finale con Aru. La fiducia c'è e quello che si è visto al campionato italiano lascia ben sperare me e il mio capitano».
Che emozione si prova ad essere stato scelto per una corsa così importante?
«Sono molto contento e onorato di prendere parte ad uno degli eventi sportivi più prestigiosi del mondo. La prima volta, d'altronde, non si scorda mai. Non vedo l'ora di iniziare e di aiutare i miei compagni nelle difficili tre settimane che ci attendono da Dusseldorf a Parigi. Avverto la responsabilità del mio compito».
A proposito di Aru, che sensazioni le trasmette dopo la conquista della maglia tricolore?
«Lo vedo in ottima forma. La determinazione è una delle qualità migliori di Fabio e lui sa di essere forte e competitivo. Cercherà di sbagliare il meno possibile per arrivare all'ultima settimana del Tour con ambizioni da podio».
Chi sarà l'uomo di punta dell'Astana tra Aru e il danese Fuglsang, recente vincitore del Giro del Delfinato?
«Sarà la strada, come è normale che sia, a determinare le gerarchie in corsa e il ruolo di ognuno. Sono entrambi in grandi condizioni e partono per fare bene e stare davanti sulle salite».
Aru ha dedicato a Michele Scarponi la vittoria del campionato italiano, durante il quale ha indossato la maglia dello sfortunato corridore di Filottrano. Quanto le manca Scarponi?
«Tanto. Penso spesso a Michele, in particolare ai giorni che avevamo trascorso in ritiro, in Sierra Nevada, per preparare il Giro d'Italia. Ogni volta che si corre lo facciamo pensando a lui. Michele manca tanto al ciclismo, soprattutto per le sue qualità umane. Era una grande persona oltre che un ottimo e prezioso compagno di squadra».
Ai campionati italiani lei si è piazzato al quarto posto nella cronometro. Come l'ha presa?
«Senza particolare rammarico. Sapevo di non essere super pronto per una prova secca come la crono, dove sono necessarie esplosività e potenza. Arrivando dal Giro d'Italia e preparando il Tour de France mi sono concentrato di più sui lavori di fondo e sulle salite. Ho accolto senza rimpianti questo quarto posto. Il caldo, inoltre, ha avuto un peso determinante sulla classifica finale». Chi sono i principali favoriti per la vittoria del Tour de France?
«Il britannico Chris Froome, già vincitore tre volte della corsa a tappe francese, è il favorito numero uno. Poi ci sono l'australiano Richie Porte e il colombiano Nairo Quintana. Vedremo strada facendo le reali chance di Aru. Incrocio le dita per lui, ovviamente».
Che differenza nota tra Vincenzo Nibali e Fabio Aru?
«Sono corridori un po' diversi nell'approccio alla corsa, pur avendo delle caratteristiche piuttosto simili. Nibali (da quest'anno alla Bahrain-Merida, ndc) è molto più istintivo mentre Aru è molto più metodico. Entrambi, però, sono due grandi professionisti».
Che momento è per il ciclismo italiano?
«C'è un cambio generazionale. Aru è il corridore del presente e del futuro. Moscon (del Team Sky, ndc), con i suoi 23 anni, sta crescendo molto bene e la vittoria nella cronometro tricolore gli ha dato ulteriore consapevolezza nei suoi mezzi. Nel complesso, è una fase di stallo per il nostro movimento, ma abbiamo alcuni giovani che negli anni si faranno valere. Non dimentichiamo che il livello del ciclismo internazionale si è alzato tantissimo ed è normale che si faccia più fatica a emergere».
Il 16 luglio, durante il Tour de France, si corre a Pescara il trofeo Matteotti. Che consiglio darebbe agli organizzatori per rilanciarlo a grandi livelli ?
«Forse cambiando la data si potrebbe avere la possibilità di vedere più squadre e qualche grande nome in gara. Bisognerebbe sedersi a tavolino e studiare le mosse migliori per farlo tornare all'importanza del passato. Parliamo comunque di una corsa storica e di grande tradizione. Un giorno, non lo nego, mi piacerebbe vincere il Matteotti per festeggiare sulle strade di casa».
Gaetano Lombardino
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