Ciafardoni: io, Bryant e il mio Trullo da applausi

«Nel 1985 ero nella Militare: incuriosito dalla mamma giocai con Kobe»
ROSETO. A Giulianova, città che ha il calcio nel Dna, vive uno dei personaggi più interessanti della pallacanestro nazionale, Ernesto Ciafardoni. Uomo brillante, colto e dal buon carattere (non per nulla è stato soprannominato "Il Conte"), è diventato grazie anche al suo innato gusto per la battuta, un personaggio a tutto tondo del mondo del basket, un mondo che frequenta da oltre quarant'anni, ma che non riesce a contenerne i confini della personalità.
Ernesto Ciafardoni, un giuliese che gioca a pallone con le mani… com’è iniziata?
«Per colpa del professor Verrigni, mio insegnante alle medie: mi fece innamorare di questo sport, portandomi a Roseto, dove tutto partì. A casa fu una tragedia, mio padre voleva che continuassi a fare il portiere di calcio, ma non ero un granché, e poi già da piccolo mi buttavo solo a destra!».
Anticomunista convinto, giocò parecchio nei ruggenti anni 70, quelli fatti a basket e salame
«Che ricordi! Pantaloncini attillati, calzettoni al ginocchio, e le prime scarpe All Star in tela, che lavavo religiosamente ad ogni fine allenamento Non c’era neanche il tiro da tre punti».
Eppure era un bomber dalla mano felice.
«Mi ricordo di un match, era il 1977, derby Roseto-Pesaro: a metà del secondo tempo, avevo già segnato 34 punti e mi feci male alla caviglia. Mi portarono fuori a braccia e con un’iniezione di novocaina mi rimisero in campo a 30 secondi dalla fine, segnai due liberi ed il canestro dei supplementari: alla fine ne feci 41 e vincemmo. Purtroppo, mentre tornavo a casa la caviglia si risvegliò, e mia madre dovette fermarsi in un ristorante per farsi dare una busta di ghiaccio!».
L’essere un buon viveur, le ha permesso di giocare contro un giovane Kobe Bryant.
«Estate 1985, eravamo in Sardegna con la Nazionale Militare, ma l’amichevole col Rieti fu sospesa perché Lanza ruppe il tabellone per dissidi con l’organizzazione. In mezzo al nulla, da dietro la panchina del Rieti, schizzò in campo un ragazzino di colore, che prese a tirare a canestro; io, anche per ammirare meglio la sua bellissima mamma, mi avvicinai a lui ed iniziammo a giocare. Alla fine ci demmo un “5” , mi piace pensare che un po’ del mio feeling con la retina glielo abbia passato lì!».
Carattere socievole e mente sveglia, è stato uno tra i primi procuratori della pallacanestro.
«Iniziai da solo, avevo già il telefono in macchina ma di quelli col filo, che per darmi importanza lo staccavo e lo portavo dietro ovunque, anche se ovviamente senza quel filo non funzionava…».
Lei è famoso, oltre che per gli affari conclusi, anche per essere una specie di gentiluomo d’altri tempi, in molti la guardano per copiare gli abbinamenti stilistici.
«Sono fortunato perché ho un carattere gentile adatto al lavoro che faccio; sull’eleganza invece, beh quella senza falsa modestia me la riconoscono tutti; per chi prova a copiarmi, ho coniato il motto “La differenza è che voi vi coprite e io mi vesto”».
E’ considerato il re delle minors: il contratto più difficile? «Me ne ricordo uno firmato a metà strada sul cofano dell’auto, fuori da un casello autostradale».
Chi sono oggi i suoi assistiti?
«Da anni non recluto più giovani, con l’Agenzia Sport Lab di Virginio Bernardi gestisco tanti giocatori di Lega 2, come Portannese, Rezzano, Lestini…».
Proprio con il pescarese Lestini ha dovuto gestire la contestazione addirittura fisica dei tifosi della Fortitudo.
«Mai avrei pensato di trovarmi di fronte ad una situazione del genere, non capisco come certe persone abbiano potuto scagliarsi con tanta violenza; resto convinto che il nostro silenzio sia stato l’atteggiamento migliore, del resto, come diceva mio padre, “il cane di razza stempera la rissa”».
Che ricordo ha degli anni di Roseto e Teramo in serie A?
«Firmai Valerio Amoroso col Teramo ed arrivarono terzi: lui prese un bel premio, perché avevo inserito una clausola apposita nel contratto, avendo capito subito che potevano ambire a grandi traguardi; Roseto invece, la seguo col cuore: lì ho iniziato la mia carriera e la seguo sempre».
Oggi il basket abruzzese è in alto grazie a Chieti e Roseto: non male pensando che si era ripartiti da zero.
«Tanto di cappello a due società che sono riuscite a costruire buone squadre pur con budget ridotti, riuscendo a cogliere risultati sportivi davvero importanti».
Coach Trullo fa parte di Sport Lab: visti i risultati l’uomo giusto al posto giusto.
«A lui vanno fatti solo complimenti, perché non è mai facile esser profeti in patria; quest’anno ha preso Weaver che adoro per la sua tecnica cristallina, ed Allen che sembra già pronto per la serie A».
Del Chieti invece chi le piace di più?
«Monaldi, anche se non sta rifacendo il campionato dell’anno scorso: forse avrebbe bisogno di un play che gli tolga pressione».
E poi c’è Armwood.
«Mi piace, è uno che fa reparto da solo».
Lontano dal lavoro non si annoia, tra Giulianova Calcio, golf e… teatro.
«Il Giulianova mi fa sempre soffrire ma è il mio cuore, il golf mi appassiona perché non si fatica e si fanno grandi passeggiate rilassanti, anche se in fondo se sbagli un colpo ti incazzi pure li. Il teatro invece è solo un bel divertimento con gli amici».
Marco Rapone
©RIPRODUZIONE RISERVATA

