«Così metto in riga gli uomini»

Stefania Menicucci si racconta: all’inizio c’è diffidenza, ma i calciatori in genere mi trattano con rispetto
CHIETI. L'appuntamento è al bar dell'università. Eccola: maglietta bianca, jeans, scarpe da tennis e un sorriso grande così stampato sul volto. Ha appena superato «l'esame più difficile del corso di laurea», parole sue. Stefania Menicucci sembra diversa rispetto a quella vista sui campi di calcio: la maschera di autorevolezza e severità, indispensabile per il suo lavoro, lascia spazio ad una ragazza piacevole, solare, che si dice «un po’ imbarazzata» all'inizio, ma che una volta rotto il ghiaccio si racconta senza fronzoli. La sua storia, quella con il mondo del pallone, parte da lontano. «La passione, che io chiamo anche malattia, me l'ha trasmessa papà. Lui allenava e spesso mi portava con sè. Da piccola ho anche giocato con i pulcini del Tollo e del Guardiagrele».
E la scintilla con i fischietto?
«Una storia curiosa: durante l'ultimo anno delle superiori, il mio professore di Storia, che faceva anche l'osservatore mi disse: hai una bella corsa. Non ti piacerebbe arbitrare? Inizialmente dissi di no. A me piaceva fare la calciatrice e si sa che i calciatori non vanno tropo d'accordo con gli arbitri», dice sorridendo. «Poi però, decisi di provare insieme ad una mia amica e da lì è partito il tutto».
Ricorda la sua prima gara?
«Certo, giovanissimi provinciali (a Lecce). Castromediano-Castrì. Fischiai l'inizio, la fine e un rigore. Che non c'era! Non il miglior debutto».
Ha iniziato in Puglia per poi trasferirsi a Lanciano. Come mai?
«Io sono di Lanciano, ma all'età di 15 anni sono andata a Lecce per stare con la famiglia. Finita la scuola mi sono iscritta a Scienze Motorie, a Chieti, e per portare avanti questa bellissima passione ho chiesto e ottenuto il trasferimento all' Aia di Lanciano».
Che differenze ha notato tra la realtà abruzzese e quella pugliese?
«Il pubblico. Giù le partite hanno un seguito smisurato. Pensa che lo scorso agosto ho arbitrato Fasano-Rutiglianese di Coppa Italia di Promozione. C'erano più di 800 spettatori con tanto di coreografia e tifosi ospiti. Qui è difficile trovare così tante persone».
A proposito di pubblico, quanto riesce a condizionare la prestazione dell'arbitro?
«Non deve riuscirci. Se un arbitro si lascia condizionare è meglio che cambia mestiere. Certo, l'impatto con una calda tifoseria può metterti in soggezione, non lo nego, però quando fischi l'inizio della partita devi tapparti le orecchie e giudicare in base a quello che vedi tu. Stop».
Qual è il suo rapporto con calciatori e allenatori?
«A volte trovo un po’ di diffidenza verso l'arbitro rosa, specie all'inizio, ma ci può stare. In campo cerco di gestire la partita attraverso il dialogo. L'essere donna mi fa avere un briciolo di rispetto in più rispetto ai colleghi uomini, meglio così».
Ci racconta un episodio che l’ha colpita?
«Una volta, era gennaio ed ero quasi congelata, un calciatore mi vide in difficoltà e si chinò per allacciarmi la scarpa. Un vero gentiluomo».
E qualcosa di spiacevole?
«In Puglia l'allenatore di una squadra provò a tirarmi uno schiaffo, ma fu fermato dalle persone presenti. In generale mi dà fastidio il faccia a faccia. Non lo sopporto».
Si è mai resa conto di aver preso una decisione errata?
«Sì, capita».
E come la gestisce?
«Bisogna avere delle linee guida. Mai tornare indietro sulle scelte, resettare immediatamente. Se ti lasci condizionare dal singolo episodio rischi di aprire una catena di errori interminabile. Ogni analisi va fatta a fine partita».
In Abruzzo, anche grazie al presidente Giancola, si sta dando spazio alle donne arbitro.
«Se sei bravo è giusto che tu arbitri, uomo o donna che sia. Il presidente ha grande fiducia in me e ciò mi aiuta. Quando quest' anno mi ha affidato Francavilla-Paterno ho pensato: ma sarò all'altezza? Lui mi ha detto: la puoi fare senza problemi. Ha avuto ragione».
Spesso quando si parla di lei si dice: brava e bella. Le dà fastidio?
«No», dice, mentre le guance si colorano di rosso. «In una persona come me può generare imbarazzo, ma a chi dispiace un complimento?».
La prima cosa che fa appena finisce la partita?
«Prima chiamo mamma per dirle che sto bene e nessuno mi ha picchiata. Poi i nonni, con i quali ho un rapporto che definire splendido sarebbe riduttivo e loro mi domandano? Hai vinto? E io: “Ma io arbitro”. Allora nonna mi chiede: quanti ne hai buttati fuori? E poi aggiunge sempre...brava!».
Ora che il campionato è finito, quali sono i programmi di Stefania Menicucci?
«Intanto finisco la sessione di esami, poi vado a trovare mia madre (che nel frattempo si è trasferita a Modena), quindi faccio un salto a Valencia con il mio ragazzo (Giuseppe Squicciarini, assistente arbitrale in Puglia, ndc)».
Come immagina la sua vita tra 10 anni?
«Con una laurea in tasca, con la famiglia e sempre con il mio inseparabile fischietto».
Adriano De Stephanis
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