D’Agostino: atletica in crisi Ricominciare dal passato

Il tecnico-dirigente pescarese: con l’autonomia tecnica c’è troppa confusione Quale strada seguire? Ritrovare allenatori di periferia e guardare alla scuola
PESCARA. Augusto D’Agostino è uno dei nomi ai quali è maggiormente legata la storia dell’atletica leggera regionale e, in modo particolare, quella pescarese, visto che da 25 anni è alla presidenza dell’Unione Sportiva Aterno Pescara, una delle società di atletica più antiche d’Italia e anche tra le più conosciute. La sua pluridecennale carriera, però, è stata caratterizzata soprattutto dall’importante ruolo avuto a livello federale. Tra gli incarichi ricoperti, quello di commissario tecnico della nazionale assoluta femminile, dal 2001 al 2004 e, in precedenza, per 22 anni, di commissario tecnico delle nazionali giovanili. Per ultimo, è stato eletto consigliere federale nel quadriennio 2008-2012. Nel complesso, 42 anni trascorsi da tecnico e dirigente della federazione. Una carriera iniziata nel 1970, come collaboratore del settore salti della nazionale femminile, quindi maturata attraverso una lunga esperienza ad alti livelli. Non è un momento felice per l’atletica italiana di vertice che, a poco più di sette mesi dalle Olimpiadi di Rio, è afflitta da deludenti risultati: nessuna medaglia nelle ultime quattro edizioni dei Mondiali (dal 2009 al 2015) e una sola medaglia di bronzo nell’ultima edizione delle Olimpiadi, a Londra 2012. Ai risultati negativi si aggiungono anche gli scandali legati alle vicende del doping – l’ultima ancora tutta da chiarire – che a vario titolo hanno visto coinvolti responsabili federali e atleti. Sembrano lontani i tempi in cui l’Italia riportava ancora medaglie, a cavallo tra gli anni Novanta e Duemila, nonostante non mancassero le polemiche anche in quel periodo. Ma a ripercorrerlo, si prova una certa nostalgia.
Cosa è accaduto, nel frattempo, all’atletica italiana? Qual è stata la sua metamorfosi negativa?
«C’è stata innanzitutto una flessione sociale del nostro sport, non supportato più adeguatamente dalla scuola. Aggiungiamo anche la concorrenza e la crescita di altri sport. Inoltre, dalla periferia è mancata quella spinta tecnica che c’era in precedenza, costituita da allenatori esperti e, soprattutto, appassionati. Una categoria composta in larga maggioranza da insegnanti di educazione fisica che sapevano lavorare nelle scuole e svolgevano attività gratuitamente, ma con grande competenza».
L’atletica italiana, negli anni Ottanta e Novanta, otteneva meno risultati internazionali in ambito giovanile, ma maggiori erano le soddisfazioni a livello di vertice. Coincidenze legate all’andamento internazionale dell’atletica, o c’era una diversa conduzione dei giovani?
«Questione di cultura. I tecnici della periferia conoscevano meglio la crescita dei giovani e, la loro gestione, era proiettata al futuro, ai risultati che avrebbero dovuto ottenere dai venti anni in su, non nell’immediato. Inoltre, la Federazione godeva di più risorse economiche e, quindi, poteva intraprendere più progetti di assistenza a favore dei giovani».
C’era anche una diversa professionalità da parte degli atleti di vertice? Lei ha portato spesso come esempio gli impeccabili comportamenti di Fiona May e Fabrizio Mori.
«Sono stati due campioni fieri della loro popolarità e di quello che rappresentavano. Tenevano molto alla loro immagine di atleti vincenti. Ma vorrei aggiungere che a quei tempi c’era maggiore simbiosi tra le società degli atleti azzurri e il settore tecnico federale».
Arriviamo al dunque. Quale potrebbe essere un modo per uscire da questa crisi?
«Riconquistare la periferia, non lasciarla al suo destino in nome di un’autonomia tecnica con impronta chiaramente populistica, che ha portato solo confusione. In un momento difficile per la nostra atletica, l’errore è stato di stravolgere il precedente assetto della struttura tecnica federale. Con il declino dell’apporto degli allenatori di periferia, sia come numero di operatori sul campo, che come livello di competenza: occorrerebbe ricostruire un forte collegamento tra questi ultimi e la struttura tecnica nazionale, costruita però con un assetto più profondo ed elastico delle precedenti gestioni. Ogni settore di specialità aveva un responsabile che dettava le linee guida della preparazione. Questa sarebbe la strada da seguire».
La sua ultima battaglia è la netta opposizione al progetto di smantellamento della pista di atletica dello stadio Adriatico Cornacchia, che sarebbe trasferita in un altro impianto, tutto da costruire.
«A parte il vincolo posto dalla Soprintendenza, che sposo in pieno, il progetto mi sembra abnorme per una città come Pescara. Va contro qualsiasi interesse sportivo e socio economico della città, in quanto i notevoli costi che comporterebbe andrebbero solo a vantaggio del calcio. Sono convinto che lo stadio per l’atletica non si farebbe mai».
Roberto Ragonese
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