Dalla lotta per la libertà al provino con il Chieti

Il 19enne Ortega si allena con i neroverdi dopo essere stato in piazza a Caracas a manifestare contro il regime Maduro: «Sul corpo le cicatrici della repressione»
CHIETI. Dalla lotta per la libertà del Venezuela al provino con il Chieti. Dalle strade povere e insanguinate di Caracas allo stadio Angelini. Alle spalle i cento giorni di protesta contro il governo Maduro e all'orizzonte un sogno: diventare un calciatore. Antonio Ortega ha 19 anni ed è un difensore centrale venezuelano che si sta allenando in prova con il Chieti. E' arrivato in Italia per una vacanza premio, dopo essere stato selezionato tra i migliori giovani talenti del suo Paese per un raduno a Perugia. Poi l'arrivo a Chieti, ospite di un cugino teatino, e l'opportunità concessa dal presidente neroverde Giulio Trevisan di allenarsi per qualche giorno con la squadra. Dietro il volto di un ragazzino che sogna di sfondare nel calcio si nasconde la storia drammatica di un giovane manifestante che è sceso in piazza per combattere contro il regime Maduro e per ottenere la libertà del Venezuela, precipitato in una grave crisi economica e umanitaria che ha ridotto la popolazione alla fame. «Da quando Maduro ha preso il potere, non abbiamo più cibo e medicinali», racconta Ortega, «non riusciamo nemmeno a procurarci farmaci per curare il mal di testa. L'unico modo per avere beni di prima necessità è il contrabbando per le strade dove i prezzi sono triplicati, oppure devi metterti di notte in fila davanti ai supermercati per aspettare che aprano nella speranza di prendere qualcosa da mangiare che, però, non è mai sufficiente per sfamare la famiglia». Quando scoppia la rivolta del popolo, Ortega è uno di quelli che scende in piazza per manifestare contro il governo. Non ha paura della repressione, vuole la libertà. Gli scontri per le strade sono all'ordine del giorno e le sue uniche armi sono uno spray, un casco verde e l'acqua per proteggersi gli occhi dai gas lacrimogeni che lancia la polizia. Finisce in un bagno di sangue con oltre 100 morti, quasi tutti giovanissimi. Lui si salva ma ancora oggi porta i segni di quei 100 giorni di resistenza: non ha vergogna a mostrare quelle cicatrici sul corpo lasciate dai colpi sparati dalla polizia con i fucili a piombino. «Eravamo in migliaia per strada per cercare di ridare la libertà al nostro Paese. Sono stati giorni difficili perché ho rischiato la vita in ogni azione della resistenza. La polizia poteva ucciderti o comunque faceva azioni intimidatorie. Ma io e la mia gente abbiamo avuto il coraggio di affrontare i rischi perché vogliamo la libertà». Ortega ha lasciato in Venezuela la mamma, la sorella e la fidanzata. Il suo pensiero è sempre rivolto alla famiglia e al suo Paese, ma ora vuole realizzare il suo sogno. «Voglio fare il calciatore. Il calcio è sempre stata la mia passione. Ho iniziato a giocare a sei anni nella squadra della mia scuola, poi ho militato nella serie B venezuelana e ho giocato nel Deportivo la Guaira, che partecipava alla Coppa Libertadores, ma per problemi burocratici non mi hanno tesserato». Quando gli chiedi qual è il suo giocatore preferito, risponde senza dubbi: «Il mio connazionale Tomas Rincon, "El General" del Torino. Ma tifo Milan e mi piace Andrea Pirlo». Il Chieti sta valutando il suo tesseramento e Ortega continua a inseguire il suo sogno perché è un combattente. Dentro e fuori dal campo.
Giammarco Giardini
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