Dall’oratorio alla serie A: gli alti e bassi di Claudio Bonomi

Le storie del pallone dell’altro secolo. Le giovanili con Cannavaro, la favola Castel di Sangro, il Torino e Maldini. Abruzzese d’adozione, Bonomi oggi allena la Nuorese capolista dell’Eccellenza sarda e anima la chat dei calciatori del miracolo giallorosso. (Nella foto, Claudio Bonomi con la maglia del Castel di Sangro)
Quella zazzera al vento non c’è più, quei capelli biondi e lunghi che caratterizzavano le sgroppate di Claudio Bonomi sono scomparsi negli anni. Oggi l’ex centrocampista del Castel di Sangro dei miracoli, a 53 anni, è seduto sulla panchina della Nuorese capolista del campionato di Eccellenza in Sardegna. Allena. E ogni tanto fa anche discorsi tipo quelli che Osvaldo Jaconi rivolgeva a lui e a quel gruppo capace di portare i giallorossi sangrini dalla C2 alla B. Lui, Claudio Bonomi, poi è arrivato fino in serie A. Alti e bassi. Una volta appese le scarpe al chiodo ha vissuto momenti duri e ora si gode una parentesi gratificante. A testa alta.
Le origini. Claudio Bonomi è nato a Codogno, divenuto poi famoso perché nel 2020 si è registrato il primo caso di Covid in Italia. Ma lui è di Livraga, un paese del circondario dove è cresciuto con il fratello. Andava a giocare a pallone all’oratorio delle suore. Poi, il tesseramento con il Fanfulla, in serie D. Da lì a Napoli, come? «Feci il torneo delle Regioni (riservato ai giovani, ndr) con la maglia della Lombardia e nell’occasione mi notò Giorgio Perinetti, il ds del settore giovanile del Napoli di Ferlaino. Iniziai con gli Allievi. In quella squadra c’erano Fabio Cannavaro, Cristian Baglieri, Germoni e Ciro Caruso, il più forte con cui ho giocato. Era un predestinato, ma ha avuto la sfortuna di rompersi il ginocchio. Sono stato tre anni a Napoli, tra Allievi e Primavera (con Sormani). Ero una mezzala». Fino a quando un giorno «a Soccavo, gioco con la Primavera del Napoli e mi vengono a vedere il ds Leandro Leonardi e i miei futuri compagni di squadra a Castel di Sangro Michelini e Cei». E l’estate successiva, era il 1992, eccolo a Castel di Sangro per farsi le ossa. All’inizio con Boccolini e Busatta giocava poco. «Ma mi trovai subito bene. C’era un bel gruppo». E poi a fine 1993 ecco Osvaldo Jaconi in panchina. Per Claudio Bonomi un padre. Da lì l’epopea del Castel di Sangro in serie B con quel centrocampista dalle lunghe sgroppate che realizza il gol del 2-1 al Pescara nel giugno 1997, quello della salvezza, in uno stadio Patini ribollente di entusiasmo e felicità. Anni bellissimi con qualche fuoriprogramma: ad esempio l’arresto (per droga) di Gigi Prete, il terzino di quella squadra. «Mai avuto dubbi su di lui. Ma Glauco Balzano (l’ex amministratore delegato, ndr) che viene nello spogliatoio che Gigi è stato arrestato me lo ricordo come se fosse oggi». Prete, poi, da quella vicenda è uscito pulitissimo. Solo che vedersi arrestato un compagno di squadra «fu traumatizzante».
E poi lo scherzo del 1996. Robert Raku Ponnick era un attore inglese, non un vero calciatore, ingaggiato dal Castel di Sangro come parte di uno scherzo orchestrato dal presidente Gabriele Gravina e dalla troupe televisiva Guastafeste di Mediaset. «In paese si era sparsa la voce dell’arrivo di questo straniero che voleva villa con otto camere da letto e altre richieste bizzarre», racconta il 53enne allenatore, «io in tv dico che mi sembra un sogno. Strano. E penso tra me: questo dura poco. Avevamo un bel gruppo, non era permesso l’ingresso di primedonne. E poi il giorno dopo in amichevole venne fuori lo scherzo».
Il momento più esaltante? «La nascita di mio figlio, Angelo. Calcisticamente parlando, il gol del 2-1 con il Pescara».
E il compianto scrittore McGinnis con il suo libro e le sue accuse dopo Bari-Castel di Sangro? «Un episodio positivo della favola, anche se alla lunga ci ha causato dei problemi». Estate del 1997 dal Castel di Sangro - dopo 10 gol in B - al Torino, in serie B. «Me lo comunicò il ds Leonardi dopo l’ultima partita a Bari». A Torino c’era Greame Souness allenatore. «Era stato il grande capitano del Liverpool, un centrocampista, una leggenda del calcio. Ma da allenatore non è stato capito. Dopo Souness venne Edy Reja e con lui il giorno più bello in granata è stato quello della tripletta al Cagliari in campionato».
Messi per un giorno. «Tutti parlavano di me, andai in redazione a Tuttosport». Non è il Toro di oggi. Sicché Bonomi non riesce a rendere come ai tempi trascorsi in maglia giallorossa. E così si chiude l'esperienza in granata, dando inizio ad un girovagare: dal 1998-1999 al 2004-2005 lo si vede vestire le maglie di Empoli («c’era Luciano Spalletti che, dopo Osvaldo, è stato il migliore allenatore che ho avuto: mi ha fatto crescere anche a livello umano»), Lecce (con Cavasin allenatore), Sampdoria («prima Gigi Cagni e poi Bellotto in B. La Doria ha un grande seguito di pubblico, è bello giocare al Ferraris»), Pescara («all’inizio c’era il compianto Galeone che stravedeva per me e poi Delio Rossi»), Catania, Florentia Viola, Reggiana, Pro Vasto («con il compianto Giuliano Fiorini, avevo un gran rapporto con lui, e Silipo in panchina») e Casale, per poi tornare, nell'estate 2005, al primo amore, cioè il Castel di Sangro, nel frattempo fallito e risorto in Promozione (con Emidio Oddi in panchina) col nome di Pro Castel di Sangro. Dopo la promozione, in Eccellenza, «a seguito di una sconfitta casalinga dovuta a un mio liscio il compianto presidente Santostefano mi ha mandato via. Ricordo il titolo del Centro “Il Castel di Sangro ammaina la sua bandiera”». Ancora ad Isernia (una finale play off promozione persa) per poi appendere le scarpette al chiodo nell'estate 2010, dopo aver militato per una stagione fra le fila del Castello 2000.
In panchina. Da lì inizia un’altra vita, quella di allenatore. Dopo un biennio (2010-2012) alla guida dello stesso Castello 2000, eccolo al Roccasicura (Eccellenza molisana), l’Atletico Sanniti (Prima categoria molisana) e Cerro al Volturno (Eccellenza); poi, di nuovo a Castel di Sangro, in Eccellenza molisana, due anni; nel 2023 è sbarcato in Sardegna, a Barisardo nell’Ogliastra; nel 2024 a dicembre eccolo all’Agnone (Eccellenza molisana); fino all’estate del 2025 quando è arrivata la chiamata della Nuorese.
Oggi. Com’è cambiato Claudio Bonomi? «Del Bonomi giocatore non mi porto dietro quasi niente, se non la passione che cerco di trasmettere ai ragazzi che alleno. La voglia di sacrificarsi e stare insieme. Ho una squadra dall’età media di 21,5 anni, la più giovane del campionato con tutti o quasi del posto».
E com’è Bonomi allenatore? «Allenatore e basta. Fuori dal campo i ragazzi hanno carta bianca, mi fido di loro». Il giocatore più forte con cui ha giocato? «Claudio Bonomi. All’epoca non era la serie A di adesso in cui giocano tutti. Oggi sarebbe tutto diverso e giocherei in A a occhi chiusi». Che cosa è cambiato? «Tutto, o quasi. Non c’è più voglia di sacrificarsi. Conta l’io, non il collettivo. Oggi mezza partita fatta bene e credi di essere un giocatore. Negli anni Novanta era diverso. Nella vita non mi ha mai fatto paura rimboccarmi le maniche e ripartire da zero. Per vivere ho fatto anche il muratore. A testa alta, senza chiedere niente a nessuno. Mi sono stabilito a Castel di Sangro. La mia vita ha avuto inizio quando sono giunto in Abruzzo». Bel caratterino. «Ma non ho mai litigato con nessuno nel calcio. Qualche screzio, ma non ho attaccato al muro nessuno nello spogliatoio».
Il difensore più forte che ha incontrato? «Paolo Maldini, quando stavo all’Empoli e al Lecce». Di quella favola giallorossa è rimasta una chat. «Ogni mattina ci diamo il buongiorno, parliamo e ci confrontiamo se ci sono dei problemi», conclude Claudio Bonomi. «Quella squadra è stata una palestra di vita».

