De Benedictis: doping e crisi di valori hanno creato un buco

24 Novembre 2014

L’ex campione pescarese della marcia a ruota libera: «Oggi parte buona e cattiva sono tutt’uno nello sport»

PESCARA. Sono trascorsi dieci anni dal ritiro dalla scena agonistica, avvenuta alla fine del 2004, di Giovanni De Benedictis, uno dei più grandi marciatori italiani, medaglia di bronzo alle Olimpiadi di Barcellona del 1992, nella 20 Km.

L’abbandono dell’attività agonistica del campione pescarese avvenne in sordina, quasi a voler tener fede a quella riservatezza che ha sempre contraddistinto la sua personalità. A 46 anni De Benedictis svolge la professione di carabiniere, il corpo militare per il quale ha sempre gareggiato da atleta, dall’età di 19 anni.

De Benedictis, le piacerebbe, un giorno, assumere un ruolo di responsabilità in atletica leggera?

«Mi piacerebbe allenare, ma non ho il tempo materiale. Il lavoro me ne porta via molto, soprattutto ora, che sono vice-comandante di una stazione di paese, a Casacanditella. Un atleta ha bisogno di essere seguito costantemente. Quindi, potrei rendermi utile da dirigente. Attualmente, sostengo l’impegno di mio fratello Mario nella società Passologico Pescara».

Come valuta, dal di fuori, l’atletica italiana?

«La crisi di valori, con gli scandali doping, ha creato un buco. In questo momento non si sa quale sia la parte buona e quella cattiva dell’atletica italiana».

Lei è cresciuto agonisticamente nell’Hadria Pescara. Come vede, invece, l’atletica abruzzese?

«Si sta creando un nuovo entusiasmo. Quando torno allo stadio di Pescara, vedo tanti giovani in pista, come ai tempi di quando mi allenavo da ragazzo. Stanno emergendo nuovi tecnici e non ci sono più divisioni tra le società».

C’è qualche rimpianto nella sua carriera di atleta, alla luce dei recenti casi di doping, emersi anche dal passato?

«Non dimentichiamoci che ho gareggiato in un’epoca in cui c’erano ancora gli atleti della Germania Est, con tutto quello che sappiamo su di loro. E poi, stanno emergendo casi di positività e di sospetti retroattivi sugli atleti russi, ma anche in casa nostra. Ricordiamo che Maurizio Damilano si avvaleva dell’apporto del Centro Biomedico di Ferrara, diretto da Conconi, coinvolto nelle inchieste penali sul doping. All’epoca, non mi rendevo conto di quello che accadeva intorno a me. Oggi, però, penso che forse avrei potuto ottenere qualche risultato in più. Inoltre, sento parlare di “missing test”, cioè di casi irreperibilità per i test antidoping a sorpresa. Per quanto mi riguarda, nella mia carriera non ne ho saltato uno, ed ero tra gli atleti italiani più controllati».

Come ha vissuto il passaggio dalla carriera di atleta alla vita, nel suo caso, di militare effettivo?

«E’ stata prima di tutto una mia scelta. L’impatto è stato forte, ma mi sono saputo adattare bene. Mi era stato anche proposto l’incarico di vice comandante della sezione sportiva dell’Arma, ma sarei dovuto rimanere a Bologna».

C’è discussione sul ruolo dei gruppi sportivi militari: indispensabili per gli sport che non hanno mercato professionale, ma punto di arrivo per un impiego sicuro e, quindi, poco stimolanti nel continuare a inseguire risultati importanti.

«Si è passati da un estremo all’altro. In precedenza sono stati arruolati anche atleti sui quali probabilmente non valeva la pena investire, ma ora, con i tagli di bilancio, rischiano di rimanere fuori atleti che meriterebbero di essere assistiti a tempo pieno. Si dovrebbero mettere dei paletti precisi sul rendimento, ma non si può rinunciare all’apporto dei gruppi sportivi militari».

La nuova stella della marcia abruzzese, e non solo, è la 16enne Vanessa Tomei. Che cosa prospetta per questo giovane talento?

«Le premesse sono ottime: tecnica a posto, ragazza dai valori sani, con una famiglia che la sostiene in pieno e un ottimo tecnico. Può fare sicuramente bene».

Roberto Ragonese

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