Del Grosso: la mia serie A difesa coi denti

«Dal Siena all’Atalanta sempre al massimo Il calcioscommesse? Carobbio dice il falso»
GIULIANOVA. Il riposo del guerriero. Cristiano Del Grosso, a dosi di relax e primi allenamenti nella sua Giulianova, prepara la sua ottava stagione in Serie A, con la quarta maglia, quella nerazzurra dell’Atalanta, dopo le tre bianconere di Udinese, Ascoli e Siena e quella rossoblù del Cagliari. Qualche giorno a Sharm El Sheikh con la fidanzata «per staccare la spina», un weekend a Bologna per il doppio concerto del suo mito Vasco Rossi («E sono 16!») e per una rimpatriata con Biondini e Cigarini, compagni nelle nazionali Under e poi nel Cagliari. E poi tanta Giulianova, gli amici inseparabili, papà Claudio, architetto, mamma Luciana, funzionario comunale in pensione, e il fratello gemello Federico, al fianco del quale è cresciuto nelle giovanili giallorosse. A 30 anni, Cristiano scalpita come fosse il suo primo ritiro. Colantuono lo aspetta il 7 luglio.
Perché Bergamo dopo 4 anni di Siena?
«A Bergamo ritrovo il dg Pierpaolo Marino che mi portò a Udine, la mia prima esperienza in serie A, dal Giulianova. Non si è dimenticato di me. Mi voleva già al Napoli quando, in serie C, affrontammo i partenopei con il Giulianova. A Siena non sentivo più la fiducia nei miei confronti».
Come mai?
«Non so darmi una risposta. So che a gennaio, all’ultimo battito di mercato, mi dissero della cessione all’Atalanta, ma qualcosa era già cambiato. Ad inizio stagione, ero entusiasta. Con Cosmi giocai 11 partite dopodiché fu sgretolato lo zoccolo duro della vecchia guardia: io, Vergassola, Calaiò. Non so se abbia avuto un qualche coincidenza l’arrivo del direttore sportivo Antonelli, che avevo avuto ad Ascoli, al posto di Perinetti, persona straordinaria, fondamentale per la mia carriera che non finirò mai di ringraziare. Fatto sta che cominciai a sentirmi scomodo dopo quattro anni».
L’Atalanta è restata in A, il Siena è retrocesso…
«Hanno pesato i sei punti di penalizzazione per il calcio scommesse. Tutta colpa delle accuse infondate, vergognose di Filippo Carobbio».
Ne è stato coinvolto Antonio Conte, con il quale lei ha conosciuto la gioia della promozione in A con il Siena. La meravigliano i suoi successi e gli scudetti con la Juventus?
«Assolutamente no. Conte è un grande motivatore, fa sentire importante e forte ogni giocatore, ed è molto bravo sul piano tattico. Annata stupenda!».
E Sannino, esordiente nella massima serie?
«Altro grande motivatore. Ha continuato il lavoro di Conte, compito non facile ma agevolato dalla collaborazione della vecchia guardia. Sannino è un altro Conte con una differenza, forse dovuta alla maggiore età: è più “papà”. Ti telefona persino a mezzanotte per informarsi se stai bene. Conte è più allenatore, fa avvertire quel pizzico di distanza tra lui e il giocatore».
Il suo mentore, tuttavia, è Marco Giampaolo, giuliese come lei, vero?
«Devo a lui la consacrazione nell’Ascoli, la felice esperienza di Cagliari e la grande soddisfazione della salvezza in Serie A. Né dimenticherò i miei maestri nelle giovanili del Giulianova, in primis il compianto Roberto Vernisi, eccezionale, Mauro Bontà, e Francesco Giorgini che mi fece esordire in C1. Mi hanno trasmesso insegnamenti professionali e valori umani e morali».
Ripensando al famoso “gran rifiuto” di Giampaolo a Cagliari, e l’averla avuto con lui anche ad Ascoli e a Siena può essere stato in qualche maniera penalizzante per lei, essere visto come “l’uomo del mister”?
«Ho avvertito questa sensazione, forse ho pagato qualche prezzo. Se così fosse, il problema erano gli altri, non Giampaolo, che anzi ringrazio per avermi concesso fiducia, considerazione e aiuto in momenti non facili. Bastava un’espressione in dialetto giuliese per capirci».
Quanto importante è stata la sua famiglia? Papà Claudio e mamma, Luciana, non sembravano grandi appassionati di calcio. Eppure, lei e Federico siete cresciuti a pane e pallone…
«Vero, noi due non sapevamo stare un attimo senza calcio. I nostri genitori, però, ci sono stati sempre accanto, soprattutto nel periodo di ansia per la nostra salute da ragazzi. E poi, sai che mio padre ha giocato negli Allievi del Giulianova, negli anni ’70, con fior di giocatori come Alessandrini, Ciprietti…Un infortunio lo costrinse alla resa. In mia mamma la passione per lo sport albergava, era insegnante di educazione fisica».
A proposito di Federico. C’è stata competizione tra voi?
«Vera competizione no, spinta reciproca a migliorarci e a sostenerci sì. A 14 anni Federico era più ometto di me. Mi viene in mente la famosa frase della canzone di Morandi “Uno su mille ce la fa”. Se sono riuscito a farcela e la competizione oggi non fa paura, è merito di questo rapporto».
Torniamo in Abruzzo: che cosa dice del Pescara prima in A e di nuovo in B?
«La promozione con Zeman rimarrà memorabile, mi ha entusiasmato. E poi ci giocava Ciro Immobile, mio compagno e amico nel Siena. In serie A la salvezza sembrava possibile al termine del girone di andata, i cambiamenti nel girone di ritorno non hanno risposto alle attese. Con Pasquale Marino, ora, il Pescara può riuscire nella risalita. Sarebbe importante, la piazza è passionale e il Pescara è la squadra che di più rappresenta l’Abruzzo».
In B troverà il Lanciano. Una sorpresa i frentani?
«Una sorpresa positiva. Gautieri ha svolto un bel lavoro dimostrando che a volte non contano i giocatori di nome ma il gruppo. E’ stata una valida guida per i giovani. Con Baroni la famiglia Maio immagino voglia dare continuità a questa giusta politica».
In Lega Pro, L’Aquila promossa in Prima divisione, Chieti e Teramo sono approdate nei play off. Quali sono le sue sensazioni?
«Una vera emozione la promozione dell’Aquila. La società è una di quelle che può “esplodere”, il parco giocatori è composto da ottime individualità, sono strafelice per la città che ha vissuto una grande gioia dopo tanti grandi dolori. Del Teramo posso dire che nei play off è stata la sorpresa più lieta, ma Roberto Cappellacci, con il quale ho militato nel Giulianova, ha confermato di essere un mito: con lui tutto è possibile, fa giocare bene la squadra. Il Chieti ha fatto quel che poteva con i giovani. Bravo Tiziano (De Patre; ndc), anche con lui ho giocato nel Giulianova, all’epoca di Fabio Lupo direttore sportivo. E’ un combattente nato».
Le dolenti note. Il “suo” Giulianova fallito e in Eccellenza…
«Che amarezza! Dopo il presidente Alessandro Quartiglia nessuno ha saputo prendere in mano la società. Io mi auguro una svolta e che il Giulianova possa risalire tra i professionisti».
Magari con Cristiano Del Grosso in chiusura di carriera?
«Magari. A Giulianova, comunque, tornerò per viverci».
Vincenzo Raimondi
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