Calcio

Del Piero: «L’Abruzzo è stupendo. Zucchini? Una bandiera»

21 Maggio 2026

Intervista allo storico capitano della Juventus: «Adesso viviamo solo di ricordi. Ai giovani dico che ognuno ha il suo percorso, non sempre si diventa campioni»

PESCARA. Suv bianco con i vetri oscurati. Alessandro Del Piero è seduto sul sedile posteriore e si regge con la mano destra alla maniglia corrimano agganciata al tettuccio. Elegante, in un blazer sportivo grigio in tessuto principe di Galles arricchito da una pochette bianca con impunture blu. Intorno alle tre del pomeriggio di ieri, l’ex capitano della Juventus è entrato dall’ingresso carrabile dell’auditorium Flaiano per partecipare alla seconda rassegna intitolata a Vincenzo Zucchini, figura storica del calcio pescarese. «È sempre un piacere ricevere riconoscimenti. Sono contento di essere tornato in Abruzzo che ritengo un posto stupendo anche dal punto di vista paesaggistico. Il premio che mi assegnano oggi (ieri, ndc) mi rende ancor più orgoglioso essendo legato alla figura di Vincenzo Zucchini, considerato tutto quello che ha espresso sia da calciatore, sia nell’attività da allenatore e da dirigente».

Lei come Zucchini è stato una bandiera. Ne esistono ancora?

«Forse ci sono meno esempi rispetto al passato quando si era più propensi a creare delle figure di riferimento. Un altro tipo di calcio, quello di 40 o 50 anni fa, dove esistevano meno trasferimenti e meno stranieri. Seguendo il mondo del calcio di oggi è inevitabile che i professionisti e le società puntino a scambi più frequenti».

Lei sul campo non ha affrontato molte volte il Pescara.

«Infatti, l’ho affrontato poche volte in carriera e non mi vengono in mente episodi particolari. Però posso dire che, nell’immaginario calcistico italiano, Pescara è sempre stato un posto particolare».

Per il tipo di calcio o per i talenti che ha espresso?

«Per diversi aspetti: per le prestazioni, per la qualità del gioco, per i talenti del settore giovanile che è riuscito a lanciare».

Di recente Pescara ha vissuto una retrocessione drammatica dal punto di vista sportivo e non solo.

«Ho incrociato poco fa il presidente del Pescara Sebastiani e ne abbiamo parlato. Le retrocessioni sono sempre complicate da gestire e da digerire. Soprattutto in un ambiente come questo, in cui si è sempre cercato di fare calcio ad alti livelli. Posso solo fare un grande in bocca al lupo alla società e alla città».

A proposito di capitani che calciano i rigori, lei uno lo ha sbagliato all’adriatico in serie B, uno dei pochi errori dal dischetto.

«Sì, l’ho sbagliato. Da capitano. (sorride, sornione, ndc) Quando sbagli un rigore non sei mai contento. Non è un’occasione piacevole, ma fa parte del gioco. Comunque alla fine riuscimmo a vincere lo stesso e quella fu una tappa fondamentale di quel campionato di serie B».

Una carriera piena di successi e di trofei, cosa direbbe a un giovane calciatore?

«Non credo ci siano messaggi standard o consigli che valgano per tutti. Ognuno di noi ha un suo percorso, ha i suoi tempi e le sue modalità. Non necessariamente si può diventare tutti campioni nel calcio, in particolare, o nello sport, in generale».

Vale sempre il detto che il lavoro paga?

«Dal mio punto di vista bisogna seguire determinate regole: l’impegno, il sacrificio, l’autostima, la giusta ambizione, l’apporto della famiglia, la presenza di strutture sportive e di bravi allenatori. Una serie di fattori da mettere insieme. Ognuno con i propri tempi e le proprie aspettative. Senza l’illusione che il successo arrivi subito. Ripeto, se non si diventa campioni nello sport, si può fare strada in altri campi».

Quando ha deciso di smettere di giocare?

«In realtà non ho mai smesso di giocare, il problema che ad un certo punto ero troppo vecchio e non mi volevano più. (sorride, ndr) Come in tutte le cose c’è un inizio e una fine. Poi ci si reinventa, ci sono nuove sfide, nuove priorità».

Lei è un’icona bianconera ma è diventato anche un simbolo dello sport italiano.

«Ho sempre cercato di essere me stesso, forse questo mi ha aiutato».

Per noi che viviamo di ricordi, tra qualche settimana saranno trascorsi vent’anni dalla semifinale mondiale vinta dalla nazionale azzurra con la germania grazie ai gol dell’abruzzese Fabio Grosso e suo.

«Anche noi viviamo di ricordi, ahimè (ride amaramente, ndc)».

Ci racconti.

«È stato stupendo. Impossibile descrivere quello che è successo in quella serata del 4 luglio 2006 a Dortmund, e di lì a cinque giorni a Berlino nella finale con la Francia (vinta ai rigori, ndc). Tra l’altro io e Fabio (Grosso, ndc) abbiamo segnato sia in semifinale (nei supplementari, ndc) e sia in finale, dal dischetto. Grosso è un ragazzo meraviglioso, lo sta dimostrando anche nella sua carriera da calciatore. Quest’anno a Sassuolo ha fatto una stagione incredibile. È un ragazzo intelligente, sa porsi, ha idee chiare e, soprattutto, è una persona per bene».

@RIPRODUZIONE RISERVATA

Lei sul campo non ha affrontato molte volte il Pescara.

«Infatti, l’ho affrontato poche volte in carriera e non mi vengono in mente episodi particolari. Però, posso dire che nell’immaginario calcistico italiano Pescara è sempre stato un posto particolare».

Per il tipo di calcio o per i talenti che ha espresso?

«Per diversi aspetti: per le prestazioni, per la qualità del gioco, per i talenti del settore giovanile che è riuscito a lanciare».

Di recente Pescara ha vissuto una retrocessione drammatica dal punto di vista sportivo e non solo.

«Ho incrociato poco fa il presidente del Pescara Sebastiani e ne abbiamo parlato. Le retrocessioni sono sempre complicate da gestire e da digerire. Soprattutto in un ambiente come questo, in cui si è sempre cercato di fare calcio ad alti livelli. Posso solo fare un grande in bocca al lupo alla società e alla città».

A proposito di capitani che calciano i rigori, lei uno lo ha sbagliato all’adriatico in serie B, uno dei pochi errori dal dischetto.

«Sì, l’ho sbagliato. Da capitano. (sorride, sornione, ndc) Quando sbagli un rigore non sei mai contento. Non è un’occasione piacevole, ma fa parte del gioco. Comunque alla fine riuscimmo a vincere lo stesso e quella fu una tappa fondamentale di quel campionato di serie B».

Una carriera piena di successi e di trofei, cosa direbbe ad un giovane calciatore?

«Non credo ci siano messaggi standard o consigli che valgano per tutti. Ognuno di noi ha un suo percorso, ha i suoi tempi e le sue modalità. Non necessariamente si può diventare tutti campioni nel calcio, in particolare, o nello sport, in generale».

Vale sempre il detto che il lavoro paga?

«Dal mio punto di vista bisogna seguire determinate regole: l’impegno, il sacrificio, l’autostima, la giusta ambizione, l’apporto della famiglia, la presenza di strutture sportive e di bravi allenatori. Una serie di fattori da mettere insieme. Ognuno con i propri tempi e le proprie aspettative. Senza l’illusione che il successo arrivi subito. Ripeto, se non si diventa campioni nello sport, si può fare strada in altri campi».

Quando ha deciso di smettere di giocare?

«In realtà non ho mai smesso di giocare, il problema che ad un certo punto ero troppo vecchio e non mi volevano più. (sorride, ndr) Come in tutte le cose c’è un inizio e una fine. Poi ci si reinventa, ci sono nuove sfide, nuove priorità».

Lei è un’icona bianconera ma è diventato anche un simbolo dello sport italiano.

«Ho sempre cercato di essere me stesso, forse questo mi ha aiutato».

Per noi che viviamo di ricordi, tra qualche settimana saranno trascorsi vent’anni dalla semifinale mondiale vinta dalla nazionale azzurra con la germania grazie ai gol dell’abruzzese Fabio Grosso e suo.

«Anche noi viviamo di ricordi, ahimè (ride amaramente, ndc)».

Ci racconti.

«È stato stupendo. Impossibile descrivere quello che è successo in quella serata del 4 luglio 2006 a Dortmund, e di lì a cinque giorni a Berlino nella finale con la Francia (vinta ai rigori, ndc). Tra l’altro io e Fabio (Grosso, ndc) abbiamo segnato sia in semifinale (nei supplementari, ndc) e sia in finale, dal dischetto. Grosso è un ragazzo meraviglioso, lo sta dimostrando anche nella sua carriera da calciatore. Quest’anno a Sassuolo ha fatto una stagione incredibile. È un ragazzo intelligente, sa porsi, ha idee chiare e, soprattutto, è una persona per bene».